venerdì 3 giugno 2011

Veronafiere - Pte-expo 2011. La partecipazione di ANOSS

L'associazione ha preso parte al Pte-expo 2011 di Verona con uno stand (frequentatissimo) e con la realizzazione di due convegni. uno di carattere generale sugli indirizzi attuali del welfare e l'atro sulla figura professionale del Responsabile di nucleo. entrambi i convegni sono stati sviluppati con visioni ampie e dovizia di interventi qualificati ed hanno avuto anche successo di pubblico, specie  quello di taglio pratico e rivolto alle figure operative (oltre 200 iscritti e una partecipazione ancora maggiore per frequentatori della fiera che hanno deciso di partecipare all'ultimo momento) 
Con il convegno di studio “Diritto all’assistenza e compatibilità economica. Verso quale welfare?” l’associazione ANOSS ha inteso affrontare uno dei problemi di maggior impatto sociale oggi. Si tratta di fronteggiare una situazione nuova che mette in evidenza, da un lato una domanda crescente intermini quali quantitativi e dall’altra una sostanziale contrazione delle risorse pubbliche destinate allo scopo dell’assistenza sociosanitaria.
In merito ai due convegni ho risposto ad alcune domande che mi sono state rivolte dalla redazione di Assistenza Anziani.
-       Qual è lo stato dell’arte sulla compatibilità economica rispetto all’assistenza?
Difficile dire a che punto siamo. bisogni sono potenzialmente infiniti e nessun stanziamento sarebbe in teoria mai sufficiente a soddisfarli. Lo Stato risolve col contingentamento delle risorse: non è mai stato varato il “Fondo nazionale per la non autosufficienza” e le regioni fanno quello che possono, però qualche volta hanno un approccio contraddittorio: chiedono agli enti gestori standard elevati poi non garantiscono adeguate risorse con conseguenze evidenti o sui cittadini o sui comuni. Enti locali e aziende di servizio non sempre si capiscono, non sempre sono coerentemente coordinati e l’ottimizzazione dell’impiego delle risorse sfuma.

-       Come migliorare l’attuale situazione? Quali sono gli spunti usciti in tal senso dal Convegno?
Forse occorrono norme nuove e più elastiche. Forse anche i dirigenti delle aziende erogatrici dei servizi devono assumere un atteggiamento diverso. Forse tutti gli operatori devono incominciare ad “amare” di più il loro lavoro, ma soprattutto l’insieme di politica e management del sociale devono far in modo che la cultura del servizio cresca e l’immagine sociale del lavoro di cura assuma quella dimensione e quel ruolo di elevata connotazione etica che lo caratterizza. In sostanza dobbiamo crederci!
  
-       Esistono molteplici e complesse richieste di assistenza a fronte di risorse economiche sempre più limitate: come ovviare a questa problematica?
La domanda cresce e non abbiamo risorse sufficienti. Non disponendo della “bacchetta magica” dobbiamo ingegnarci ad un processo innovativo sia nelle strategie sia nella cultura della pianificazione e controllo. Occorre una forte presa di coscienza della politica e l’investitura ai comuni del ruolo di pianificatore deve diventare sempre più forte. I comuni devono avere una visione strategica che si sviluppa nel tempo, devono smettere di fare “fotografie” della situazione e dichiarare che i servizi offerti sono quelli che sono già presenti sul territorio. Devono essere propulsivi e innovativi chiedendo una maggior autonomia nelle decisioni strategiche e organizzative e proponendo un diverso mix assistenziale. Per questo è necessario un aumento della cultura specifica nei comuni che hanno iniziato da poco ad utilizzare strumenti di questo tipo. Devono imparare a rendere evidente ciò che fanno,. Devono farlo conoscere alla comunità che alla fine possa diventare è la vera responsabile delle scelte.

Nel secondo convegno sulla figura del  “Responsabile di Nucleo” si è parlato di gestione operativa e si è cercato di sviluppare una tecnica comunicativa nuova e connotata da toni vivaci.

- Quali caratteristiche dovrebbe avere un Responsabile di Nucleo?
Oltre ad una buona competenza tecnica si impone la sua capacità di mantenere unito il gruppo, di motivarlo e di contribuire ad un’efficace azione di integrazione professionale. È risaputo che le professioni coinvolte nell’attività socio assistenziale non appartengono tutte allo stesso alveo culturale e ciò comporta diversi problemi a volte per una riconosciuta o presunta superiorità delle professioni sanitarie con difficoltà rispetto al dialogo professionale con le altre figure che, a loro volta, finiscono per arroccarsi su posizioni autoreferenziali. Difficilmente questo problema di comunicazione interna può risolversi autonomamente per buona volontà delle persone, quindi occorre un approccio tecnico all’integrazione e l’individuazione di un soggetto preposto a un’attività di facilitatore. Questo soggetto è secondo noi il “Responsabile di Nucleo”

- Quanto incide la motivazione sulla qualità del lavoro svolto?
Inutile dire che la motivazione è il fulcro di qualunque leva dell’agire umano. Chi non crede in quello che fa produce risultati scarsi e se quello che fa è difficile e prevede la presenza di altri operatori che possono trovarsi in conflitto la motivazione diventa addirittura lo spartiacque tra l’agire per obiettivi e l’agire per compiti senza attenzione alla qualità. Senza integrazione non si può svolgere un buon lavoro assistenziale, ma non ci sarà alcuna integrazione senza motivazione

- Quali gli spunti usciti dal Convegno per mettere realmente l’operatore al centro?
Molti, ma uno è sembrato a tutti fondamentale: lo svolgimento dell’attività di un responsabile di nucleo deve sempre tener conto della condivisione del gruppo o, per dirla con le parole di una Responsabile che ha relazionato: “bisogna avere sempre un piede dentro al gruppo” ed esser propositivi a aperti abbandonando quegli elementi di stile che allontanano dai propri collaboratori.
L’esito positivo e il gradimento dimostrato rispetto a questi temi ci stimola a continuare verso nuovi e ulteriori approfondimenti che non mancheremo di proporre nelle prossime occasioni di pubblico confronto.

domenica 1 maggio 2011

Speciale Pte-Expo - Verona 24/25 maggio

“Ora che le stime parlano di un ulteriore aumento, nei prossimi decenni, dei Grandi vecchi non è più possibile continuare lungo la strada della diffidenza, dell’inerzia e della paura. Servono politiche adatte…. Le risposte devono venire dalle  istituzioni e dalla società e richiedono la partecipazione di tutte le professioni che a diverso titolo gravitano intorno alla terza età.”

Questo  si legge in un  recente comunicato stampa (leggi) della Fondazione ZANCAN  e questo l’associazione ANOSS condivide pienamente.
Non si limita a una condivisione ideale ma si fa parte attiva per promuovere riflessione e studio sugli argomenti determinanti. Al Pte di Verona l'associazione si presenta prima di tutto con una giornata dedicata al welfare che verrà dal titolo "Diritto all'assistenza e compatibilità economica. Verso quale welfare?" Il convegno verrà aperto con una suggestione proposta da Mariena Scassellati Sforzolini Galetti, Presidente de La Bottega del Possibile intitolata Vorremmo piantare un albero, per farlo crescere dopo di noi. Abbiamo ritenuto che sia indispensabile creare un'atmosfera diversa rispetto ai soliti convegni. vogliamo studiare con competenza e rigore gli argomenti determinanti della qualità e del controllo per garantire programmazione e miglioramento ma lo vogliamo fare dopo aver creato la consapevolezza che questo studio non ha solo un  significato tecnico, ma è prima di tutto lo sviluppo di un principio etico che prende corpo con tutta la sua forza ed evidenza solo se ci si avvicina con un po' di emozione.
Alla prolusione di Mariena seguiranno dunque due interventi tecnici sviluppati da Alessandro Battistella e Maria Mongardi a cui è dato il compito vero e proprio di approfondimento sui temi tecnici dell'assistenza. Il primo più propriamente sulle questioni di programmazione e controllo in generale  e la seconda sul tema dell'audit clinico. Seguirà un dibattito con cui si cercherà un coinvolgimento favorito dalla presenza di alcuni qualificati interventi programmati. Marina Generali, manager cremonese che ha gestito e gestisce una  RSA dopo un'esperienza manageriale in ASL, Guido Gaggioli, Presidente di ANASTE Emilia Romagna, Alberto Alberani, responsabile coop sociali di Emilia Romagna, Paolo Spolaore, piemontese e presidente cooperativa ASSO. Si è ritenuto fondamentale raccogliere le opinioni di operatori responsabili di diversa provenienza geografica e di diversa estrazione professionale per cercare al meglio di comporre il complesso mosaico a cui i partecipanti potranno aggiungere tessere importanti coi loro interventi. Il convegno si terrà il 24 maggio nel centro Congressi della Fiera di Verona nella Sala Rossa.



Il giorno dopo, 25 maggio, l'attenzione si sposterà sugli operatori con un convegno riferito al "Responsabile di nucleo" che per la centralità del suo ruolo attrae su di sè ogni elemento che determini la qualità di vita degli utenti dei servizi e degli operatori tutti. Un personaggio chiave nell'organizzazione che verrà descritto, commentato e proposto da un gruppo di lavoro sperimentato (Pisaroni, Fermi e Negri) che porteranno a tutti la loro esperienza di conduzione di lunghe battaglie fatte insieme per la miglior risposta alla domanda di qualità che l'utenza incessantemente propone e incrementa.


Seguirà una relazione tecnica di Marina Vanzetta, nota docente  nel settore e autrice di testi che offrirà un taglio interpretativo dei problemi dell'integrazione professionale partendo da problemi pratici. Anche in questa giornata non abbiamo voluto far mancare un angolo di informazioni e suggestioni, così due esperti docenti, Silvio Torchio e Letizia Espanoli, parleranno del carico fisico del lavoro di assistenza e .. del carico psicologico. Anche questa giornata che non mancherà di sorprese e contributi estemporanei, si concluderà con un dibattito a cui sono stati invitati Alberto Araldi e Irene Bruno  in quanto, il primo direttore del personale di una grande cooperativa e la seconda direttore di un'azienda privata di gestione di servizi assistenziali. 
ANOSS presso il suo stand in fiera, da informazioni sulle prossime attività di studio e formative dell'associazione e offre un momento di relax agli operatori che si presentano.





giovedì 21 aprile 2011

Buona Pasqua!!

Non ho mai amato le frasi fatte e i luoghi comuni.
Dunque non voglio augurare buona pasqua così semplicemente senza coglierne un significato che in qualche modo sia collegato alla realtà attuale.
Oggi, più che mai, la questione dei popoli in fuga entra nelle nostre case con tutta la sua drammaticità, ma, pur essendo invasi da una quantità imponente di “messaggi” di ogni tipo, le coscienze sembrano essere immunizzate di fronte alla disperazione della guerra e dell’esodo della gente.
La “pietas” come la chiamavano i latini, che porta l’uomo al rispetto del prossimo, sembra non esistere più, come se fosse sostituita e neutralizzata dal desiderio, mai del tutto appagato, di rincorrere i beni e servizi giornalmente proposti e imposti dai media al solo scopo di arricchire una parte e garantire all’altra un appagamento che molto sollecita gli animi, ma che in sostanza è fittizio e ipocrita.
Le immagini stesse che ci pervengono quasi con una sorta di freddo distacco non hanno la forza di catapultarci nella dimensione reale del luogo in cui vengono registrate ma, in realtà ce ne allontanano, distratti come siamo dal nostro contingente e dalle nostre paure. Prima fra tutte che possa mai esistere una minaccia alla nostra sicurezza. Così la difesa del nostro benessere materiale estromette alcune ragioni etiche e ci condanna all’indifferenza.
Un’indifferenza generalizzata che comporta una mancanza di partecipazione e di interesse per il bene comune alla lunga potrebbe annientare le già deboli relazioni che alimentano la promozione sociale. Ma l’indifferenza ci relega all’individualismo, modifica e riduce i sentimenti e le passioni, non fa più distinguere tra bene e male né ci aiuta a formarci un’opinione personale su ciò che è bene o male. Così tutto scorre sotto i nostri occhi come se fosse un film e l’unico sentimento che alimenta è la paura.
Si può citare Charlie Chaplin, un grande autore del '900, in un film che tutti dovrebbero rivedere: Il Grande Dittatore. il film è stato presentato nel 1940 e racconta di un povero ebreo perseguitato che per uno strano gioco del destino si trova nel ruolo del Grande Dittatore e alla fine deve fare un discorso improvvisato davanti a una folla immensa. Di questo discorso un significativo stralcio: ”…  vorrei aiutare tutti, ebrei, ariani, uomini neri e bianchi, tutti noi dovremo aiutarci sempre, dovremo soltanto godere della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca a fare le cose più abbiette, abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi.  (…) La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza, senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. Voi, il popolo avete la forza di creare la macchina, la forza di creare la felicità, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia uniamo questa forza, uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.”
Così, per chiudere questi auguri, proviamo a riflettere sulle parole del grande Chaplin: ai giovani un futuro e ai vecchi la sicurezza! 
Questo pensiero può aiutarci a passare (fare pasqua) da una sconfortante indifferenza a un desiderio nuovo di partecipazione, un passaggio che non disturba la coscienza di nessuno né toglie valore alla tradizione cristiana.
Buona Pasqua!!

domenica 3 aprile 2011

La legge 328: una riforma mancata o un’opportunità da incrementare.

La legge 328: una riforma mancata o un’opportunità da incrementare.
Torino, 23 marzo 2011

La Bottega del Possibile, nell’ambito di un’ampia azione di formazione e di divulgazione ha organizzato questa giornata di studio e approfondimento.
I lavori coordinati da Salvatore Rao, vicepresidente de “La bottega del Possibile” hanno preso avvio con una prolusione della Presidente dell’associazione Mariena Scassellati Sforzolini Galetti che ha avuto il pregio di emozionare con ciò predisponendo tutti a una maggior attenzione.
Nell’introduzione Rao pone l’accento sul rischio di un’involuzione che non porta a un nuovo modello di welfare ma rischia di avviarci ad un ritorno all’assistenzialismo.. dice che non si può rinunciare a promuovere il cambiamento anche perché un nuovo welfare è funzionale anche all’implementazione di un auspicabile modello di sviluppo. Afferma che la 328 ha messo in agenda una nuova attenzione al territorio a cui viene dato un compito ricostruttivo e oggi questo assume una maggiore importanza visto che  si va verso il federalismo municipale. Definisce la 328 un argine per contrastare la destrutturazione delle politiche sociali perché rappresenta ancora un impianto motivante..
Presenta i due relatori Nerina Dirindin e Cristiano Gori la prima per una carrellata storica della legge fino alle difficoltà di oggi e il secondo per fare il punto sulla situazione attuale del welfare italiano.
Stare zitti non va bene! Esordisce la Dirindin! L’Italia  vanta una lunga storia di buone leggi non applicate! Un esempio per tutti: la legge di riforma della sanità che passa in Parlamento con voto quasi unanime, vota contro solo  il PLI, poi, poco tempo dopo  il ministero viene Assegnato ad un ministro liberale.
Ora comunque la situazione ci impone di considerare i contenuti  e di riconoscere nell’affermazione dei “Livelli Essenziali” la questione principale. Bisogna assicurare il cosa, il come e a chi erogare affinché sia chiaro che ciò che viene dato alle persone non è carità ma diritto.
Riferendosi al libro bianco del welfare del ministro Sacconi la Dirindin ricorda che chiude invocando la carità e giudica questo molto negativo. Operativamente oggi vengono previsti molti trasferimenti monetari e pochi servizi, ma di fronte alla “solitudine” a che vale un “bonus”?
La relatrice pone inoltre l’accento su un elenco di difficoltà di cui sottolineiamo come particolarmente rilevanti:
  • debolezza delle Amministrazioni Pubbliche
  • frammentazione delle responsabilità
  • instabilità politica
  • diffusa incultura che considera il welfare semplicemente una spesa
  • mancata definizione dei livelli essenziali
  • disponibilità finanziarie inadeguate e indisponibilità di servizi
  • integrazione socio-sanitaria troppo faticosa, per autoreferenzialità anche e ancor più del sociale

Occorre trovare il gli strumenti per alzare la voce.
 Bisogna essere ambiziosi e affermare:
  • che  welfare è un fatto di coesione e sviluppo e, se ci crediamo, non è un costo da contenere
  • che bisogna privilegiare i servizi rispetto ai trasferimenti
  • che bisogna dare valore al lavoro di cura perché è uno dei lavori più importanti
  • che bisogna valorizzarlo con la formazione
  • che bisogna passare da un concetto assistenzialistico al riconoscimento di diritti
  • che bisogna, infine, ridare valore alla vecchiaia combattendo la diffusione di quell’immagine di giovanilismo forzato e di consumatore che viene sempre più attribuita all’uomo.
In conclusione la Dirindin auspica l’avvento di un sistema organizzato di diffusione di queste idee, perché, dice, “ se alziamo la voce in modo isolato non possiamo sperare che gli amministratori pubblici ci ascoltino”
Dopo la Dirindin prende la parola Cristiano Gori  il quale esordisce ricordando che ci sono analogie tra le politiche per i non auto, per la prima infanzia, per la povertà e la disoccupazione. Certo riconosce tuttavia l’evidenza che il fondo per le politiche sociali è in calo mentre è in crescita la spesa per le indennità di accompagnamento. In realtà quindi la spesa per il sociale è in crescita, ma il punto cruciale è il modello. È il contrario di quello che si sperava, c’è un incremento della spesa pubblica in uno schema familista. Per l’indennità di accompagnamento non c’è una scheda di valutazione nazionale e così sono stati chiesti e ottenuti soldi semplicemente per pagare le badanti. Nel 2012 si vedranno gravi effetti per i tagli e ciò farà si che il problema del welfare diventi interessante per l’opinione pubblica. Il sociale non ha forza e manca un sistema di rappresentanza; il Governo parte con tagli lineari e si ferma dove trova resistenza.
Remo Siza apre il suo intervento affermando che tutto deve essere fatto risalire al “dualismo del welfare italiano”. L’effetto di u progeto dipende fortemente dal contesto, dipende dalle caratteristiche del programma,dal comportamento degli esecutori e dalla reazione dei gruppi.. tornando al dualismo del welfare: da un lato un programma statale con eccesso di trasferimento monetario frammentato e dall’altro accesso universalistico sulla base di bisogni. C’è tra questi atteggiamenti un conflitto sotterraneo e il welfare viene “tirato” da una parte o dall’altra. Ricorda che gli interventi sociale “creano dipendenza” è necessario  sviluppare la capacità autonoma e il senso di responsabilità. Il problema va risolto e se la sussidiarietà si attiva si può anche avere un welfare leggero senza bisogno dell’intervento pubblico.
Questi gli interventi dei tre docenti che hanno relazionato al convegno nelle parti che più mi hanno colpito.

lunedì 14 marzo 2011

Alla ricerca del welfare

L’Organizzazione mondiale della sanità ha dato un messaggio interessante sul tema della salute degli anziani. “ Invecchiare è un privilegio e una meta della società. È anche una sfida che ha un impatto su tutti gli aspetti della società del XXI secolo”. Già adesso in Europa, come in altre regioni ricche del mondo, una persona su cinque ha più di 60 anni, ma in Italia la situazione è anche più rilevante. In Italia un quinto della popolazione ha più di 65 anni, cioè ha superato la soglia dell’età lavorativa ed entra a far parte della schiera, in continuo aumento, dei soggetti che si trovano in situazione di dipendenza.

Trend popolazione: Struttura % per età
Indice di dipendenza
ANNO
0-14
15-64
65 +
85 +
%
1990
16,80
68,50
14,70
1,20
21,46
2010
14,00
65,50
20,50
2,80
31,30
2020
13,10
63,70
23,20
3,90
36,42
2030
12,20
60,80
27,00
4,70
44,41
2040
12,40
55,60
32,00
5,80
57,55
2050
12,70
53,70
33,60
7,80
62,57
Nella tabella riprodotta a fianco  si possono vedere le proiezioni della struttura per età della popolazione così come risultano da un’estrapolazione di dati pubblicati dall’ISTAT[1].  Questi dati sollecitano l’apertura di diversi fronti di ricerca e di studio. Prima di tutto dobbiamo domandarci cosa accadrà da un punto di vista dell’equilibrio tra la produzione di reddito e la spesa in generale, essendo evidente che si tratta di un equilibrio molto difficile in questa situazione, ma si dovrà anche pensare a soluzioni che attengono all’ampio panorama della prevenzione.
L’indice di dipendenza[2] degli anziani propone un trend che non è esagerato definire spaventoso: oggi c’è un indice pari a 31 ma nel 2050, non così lontano in fondo, sarà esattamente raddoppiato, infatti, oggi c’è un anziano ogni cinque persone mentre alla metà del secolo che stiamo vivendo ce ne sarà uno su tre!
L’aumento del numero degli anziani è un argomento che acquisterà sempre maggiore importanza nella nostra compagine sociale, tra l’altro per il fatto che questa sorta di rivoluzione demografica che stiamo vivendo comporta un considerevole aumento del carico di importanti malattie come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative come tumori, malattie polmonari ed altre. Ciò porta ad una conseguenza fondamentale riassumibile semplicemente nel concetto di aumento della pressione sul sistema sanitario. Tale pressione aumenterà inesorabilmente provocando un aggravamento dello squilibrio in termini economici e finanziari già presente per una crisi mondiale che, al di là di facili ottimismi, è ben lungi dall’arrestarsi e rischia addirittura di diventare più grave col pericolo, oggi non teorico, di trovarsi di fronte a un conflitto armato. Basta riflettere sulle conseguenze possibili della crisi socio-politica dei paesi del Maghreb e dell’impennata a cui stiamo assistendo del costo dell’energia.
Dunque che possiamo fare? Certo non è in nostro potere risolvere i conflitti internazionali e gli andamenti del costo del barile; per questo – speriamo – ci penseranno i Governi. Possiamo fare comunque molto: in primo luogo possiamo studiare i problemi e diffondere le informazioni. La popolazione dovrebbe sapere, per esempio, che esistono connessioni rilevanti tra il costo dell’energia e il welfare. Se non si assume un nuovo grado di consapevolezza, l’unica conseguenza che un responsabile del budget familiare si aspetta di risolvere è la quadratura del bilancio mensile che, al limite, per effetto della crisi, non riuscirà più a fare se non riducendo qualche consumo. In particolare, visto che aumenta il costo dei carburanti, si potrà pensare che basti rinunciare a qualche giro in macchina.. invece no, si dovrà mettere in conto anche una riduzione della qualità della vita dal punto di vista dei servizi sociosanitari. Basta abbandonare per un attimo la logica del contingente per capire che la riduzione dei consumi per effetto della crisi comporta, anche in valore assoluto oltre che in rapporto alla domanda, livelli decrescenti di disponibilità finanziaria per lo Stato e per gli enti pubblici con conseguenze evidenti non nell’immediato ma nel medio termine. Ad una contrazione della disponibilità finanziaria non potrà che corrispondere una contrazione della spesa e sarà ben difficile mantenere sempre al di fuori di questo schema la sanità in generale e ancor più l’assistenza agli anziani. L’intervento pubblico diventerà di conseguenza via via sempre più selettivo per affrontare il già difficile problema dell’aumento del numero dei potenziali utenti di servizi.
È necessario fare in modo, poi, che ogni cittadino responsabile non voglia pensare che la cosa non lo riguarda, magari perché è giovane. Prima di tutto perché anche ai giovani può capitare di aver bisogno di servizi di tale natura e, in generale, perché non si deve dimenticare “per chi suona la campana?” Non ci sono dubbi, infatti, che quando sentiamo i rintocchi di un grave pericolo, dobbiamo ricordarci che la campana preannuncia un guaio che riguarda tutti! Qui e ora ci sono certi problemi che riguardano magari solo alcuni, nel tempo gli stessi problemi riguardano anche tutti gli altri, o prima o poi. Nessuno di noi ha la ricetta per vivere in perfetta salute fino al giorno prima di andarsene e nessuno ha la ricetta per non invecchiare.
Abbiamo percorso un lungo periodo di oltre 5 decenni in cui la vita si è allungata e la qualità è cresciuta e adesso ci sembra lecito aspettarsi che tutto continui così, magari senza crescita, ma almeno con il mantenimento di un certo livello di qualità. Ma non è così. Come si può illuderci che in un futuro, dove, se va bene le risorse sono le stesse, si potrà avere la stessa qualità nei servizi a fronte di un aumento del numero degli anziani e di un allungamento di quella fase della vita in cui i costi sanitari sono maggiori? Da qualche parte lo Stato dovrà tagliare e non è illogico immaginare che, se nulla cambia, sia inevitabile tagliare anche in questo ambito.
Per evitarlo ci vuole una specie di rivoluzione culturale che, partendo dal basso, implichi non solo il disagio e la scontentezza di un gran numero di persone ma anche una loro corretta informazione. Senza informazione sui pericoli che sta correndo nessuno si deciderà a compiere tale rivoluzione che dovrebbe consistere nella nascita di una nuova capacità dei cittadini di fare selezione del personale politico. Importante è comprendere che, se stiamo tutti fermi, con l’attuale trend di concentrazione della ricchezza, il futuro vedrà che per alcuni non sarà un problema garantirsi una vecchiaia agiata e con tutti i confort mentre per altri, molti altri, sarà impossibile avere ciò che gli anziani di oggi stanno ricevendo normalmente.
Di certo non dovremo imbracciare i fucili e andare a Roma, ma dovremo assecondare una rivoluzione della cultura che ci porti a scegliere i nuovi sindaci sapendo perché li scegliamo. Dovremo fin da subito prepararci ad essere interlocutori e non semplici spettatori del sistema politico per scegliere consapevolmente e per conferire agli eletti un mandato preciso sull’ottimizzazione dell’impiego delle risorse per il welfare.
Dovremmo imparare anche a non farci illudere dagli slogan. Ad esempio, se parliamo di federalismo, non dimentichiamo che nel settore del welfare è necessario garantire maggiori fondi alle regioni magari, se non c’è altro modo, riducendo davvero l’attività dello Stato in questo settore. Con il sistema attuale, che vede una netta prevalenza dello Stato, non abbiamo altro che pensioni e assegni con i quali si continuerà – ma fino a quando? – a pagare servizi a domicilio di dubbia qualità e fuori da ogni controllo tecnico e anche a volte fuori dalla legalità.
Non che lo Stato o chi per esso (regioni o comuni) debba aumentare la produzione diretta dei servizi, perché ciò porterebbe probabilmente ad aumentare lo spreco di risorse. Lo Stato deve assicurare il controllo dei produttori dei servizi affinché questi facciano il meglio possibile con le risorse date. Lo Stato deve pretendere molto ed esercitare un controllo efficace. L’affermazione che solo il pubblico utilizza tutte le risorse per il servizio e quindi è da preferire è una vecchia favola che dobbiamo far decadere al più presto. Il sistema organizzativo dell’ente pubblico non è strutturato per gestire efficacemente le aziende di produzione e chissà quando lo potrà essere. Oggi quindi l’opinione a cui sembra doversi opportunamente affidare è che possiamo aspettarci buoni servizi più da un’azienda privata (profit o non profit) che da un’azienda pubblica. Naturalmente ciò sarà tanto vero in quanto i produttori saranno sottoposti a controlli efficaci, perché in mancanza, ovviamente l’occasione di facili guadagli potrebbe influenzare chiunque.
Dunque una corretta informazione ai cittadini sarebbe dovuta affinché possano imparare a selezionare i loro governanti in un’ottica attenta non semplicemente ai bisogni dell’oggi, ma al divenire del welfare. Così si può cominciare a sperare in un futuro migliore, un futuro a cui offriremo ulteriori possibilità se sapremo istaurare un nuovo regime di prevenzione. È noto a tutti che l’invecchiamento della popolazione è accompagnato da un grande aumento di alcune malattie con conseguente carico sul sistema sanitario, quindi, deve diventare prassi comune occuparsene in anticipo. Le malattie croniche impongono alla popolazione anziana un peso elevato in termini economici e di salute a causa proprio della lunga durata di queste malattie, della diminuzione della qualità della vita e dei costi per le cure.
Sebbene il rischio di malattie aumenti con l’età, i problemi di salute non sono necessariamente una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Infatti se per molte di queste patologie non si conoscono misure preventive efficaci, per altre invece già sono note come il sano stile di vita che include una regolare attività fisica, una sana alimentazione evitando il fumo. Si deve considerare, inoltre, che le misure di prevenzione includono anche indagini cliniche per la diagnosi precoce di molte malattie gravi.
Si tratta anche in questo caso di fare un’opera culturale di notevole portata per la quale è richiesto l’impegno del Governo che assume il compito di indirizzare la popolazione, non semplicemente con degli spot di “Pubblicità Progresso” ma offrendo incentivi a chi promuove le regole di una vita sana e a chi diffonde la cultura del controllo preventivo. Facilitazioni fiscali a chi offre cheek up sanitari, esenzioni fiscali alle aziende che seguono una strategia pubblicitaria con questo fine, obbligo alle televisioni di dare spazi pubblicitari a minor costo a chi fa pubblicità con questo fine in modo evidente.
La ricetta di una possibile cura ai mali del welfare che verrà è una razionalizzazione dei servizi accompagnata da un miglioramento delle condizioni di informazione e prevenzione dei cittadini.



[2] Gli anziani vivono grazie ai redditi prodotti dai giovani ovvero dipendono da loro, così l’indice di dipendenza è il rapporto percentuale tra il numero degli anziani e il numero delle persone tra i 15 e i 64 anni. Diverso è l’indice di dipendenza totale che è dato dal rapporto di anziani e giovanissimi con i componenti delle classi di età 15-64.

venerdì 11 marzo 2011

Accesso ai servizi di welfare: siamo cittadini o sudditi?

Comincia un novo anno ed è già il secondo del secondo decennio di questo nuovo secolo che di delusioni al nostro mondo, il mondo dell’assistenza anziani intendo, ne ha già portate un buon numero. Usando una citazione da cinefilo, ben nota agli appassionati di fantascienza, l’uomo nuovo tornando dalle stelle vede i mali che affliggono la Terra e, sentendosi dubbioso e quasi impotente, pensò che avrebbe fatto qualcosa..! Anche noi come l’interprete del celebre 2001 di Kubrik, di fronte ai mali che affliggono l’assistenza, dobbiamo scrollarci di dosso il senso di disagio e anche se ci sentiamo dubbiosi e quasi sempre impotenti dobbiamo comunque decidere di fare qualcosa!
Prima di fare, però, è bene analizzare la situazione di partenza, perché, è ovvio, non si va da nessuna parte se neanche si sa da dove si parte.
Si parte da un’analisi di mercato che vede un’estrema confusione tra domanda, offerta, controllo, prodotti e prezzi. In ogni mercato che si rispetti c’è una domanda potenziale o espressa da parte dei cittadini per un prodotto o servizio e c’è uno o, più opportunamente alcuni, fornitori che studiano e interpretano i bisogni offrendo i prodotti che meglio rispondono alle esigenze con un rapporto qualità prezzo ritenuto adeguato da un congruo numero di acquirenti. Quindi c’è una domanda e un’offerta, nonché un prodotto e un prezzo su cui avviene l’incontro da domanda e offerta in modo soddisfacente per le due parti le quali, inoltre, ognuna per i propri fini, esercitano il controllo di qualità. Naturalmente non tutto è così semplice; c’è, anche in questi casi, l’inserimento di qualche connotato etico e lo Stato stesso con apposite norme stabilisce a volte limiti insuperabili o magari obblighi sull’utilizzo di certe sostanze o certe tecniche industriali, sulle date di scadenza dei prodotti alimentari o sull’etichettatura. Ma anche altri attori introducono elementi etici: lo stesso produttore, a volte, sia pure semplicemente per conquistare i consumatori indecisi o perplessi, introduce forme di garanzia sui prodotti o, sempre più di frequente, sui processi ad esempio con le certificazioni ISO 9000.
Nel nostro caso invece? La situazione è sconfortante. La domanda è quasi sempre inespressa, infatti si rende esplicita nei momenti critici – e non sempre – ma è potenziale e latente anche prima di esplodere. Vista l’importanza della domanda inespressa si apre il problema di quale debba essere l’ente che la definisce. Da un lato ci sono i produttori (che in una situazione di prodotto o servizio non assistenziale sarebbero gli unici ad agire) e dall’altro c’è lo Stato, ovviamente anche e soprattutto nelle sue declinazioni territoriali. A rigore dovrebbe essere solo l’ente politico ad accollarsi l’onere dell’interpretazione per evidenti motivi di etica pubblica, ma non è così. Troppo spesso nelle attività di analisi dei bisogni viene fatta una pura e semplice fotografia dell’esistente ovvero si certifica come “domanda” ciò che è oggi ”l’offerta” contravvenendo in sostanza al proprio dovere di fare le scelte.
Come confusione d’inizio non c’è male! In questo modo si mantiene uno schema che privilegia i prodotti esistenti e le strutture di offerta che di fatto sono gli unici interpreti dei bisogni, certificati poi dall’ente pubblico che chiuderà così un processo negativo e autoreferenziale. Nel sistema domanda/offerta, in generale, può essere che sia il produttore ad interpretare la domanda, anzi, è quasi sempre così, ma c’è un contro-bilanciamento nel potere di scelta da parte dei consumatori. Potere di scelta che nel nostro caso non c’è, sia perché quasi sempre gli enti erogatori lavorano in regime di oligopolio sia perché il sistema dei controlli stabilito dallo Stato e dalle Regioni non favorisce la concorrenza con conseguente assenza di stimoli a fare ricerca nei campi strategici della qualità e dell’economicità di gestione.
Il secondo punto negativo quindi è il sistema dei controlli. Autorizzazione al funzionamento e accreditamento non sono due facce della stessa medaglia sono proprio la stessa cosa con due diversi gradi di rilevanza giuridica e di conseguenza commerciale. Con l’autorizzazione al funzionamento si certifica la possibilità tecnica degli enti a produrre ed erogare un determinato servizio socio-assistenziale e con l’accreditamento si stabilisce quali possono ricevere l’incarico pubblico di produrre, ovvero quali produrranno accedendo ai benefici economici pubblici. Gli accreditati saranno privilegiati potendo offrire il prodotto ad un prezzo contenuto in quanto abbattuto dal contributo pubblico. Andrebbe bene se non fosse che i fornitori , vengono accreditati per un numero di posti pari a quelli necessari o meglio semplicemente pari a quanti le risorse consentono di pagare. Ognuno difenderà il proprio accreditamento con i denti, con buona pace del diritto di scelta dei cittadini e dei benefici sulla qualità portati dai sistemi produttivi che prevedono la concorrenza. È vero, non tutte le regioni hanno legiferato in modo così rigido, qualcuna non lo ha fatto e almeno in parte qualche elemento di favore alla concorrenza c’è, ma almeno per ora questa sembra la linea più seguita dalle regioni.
Per gli altri prodotto o servizi i prezzi son un elemento importante, che discrimina, che evidenzia la qualità, che scopre ed evidenzia segmenti di mercato. Nel mercato dei servizi sociali la segmentazione è praticamente vietata per legge perché siccome siamo tutti uguali dobbiamo tutti ricevere un uguale servizio. Ma chi garantisce questa uguaglianza? E poi, che senso ha? Siamo tutti così diversi! Siamo gratificati ognuno da motivi diversi, ci emozioniamo per sfumature.. ma come si fa a prevedere le sfumature? Perché non lasciamo che sia la scelta individuale a decidere dove andare a spendere i soldi propri e dell’ente accreditante? Questa è una prima conclusione che sorge proprio dal cuore. Perché temiamo che gli utenti o i decisori non possiedano le capacità necessarie per valutare la qualità di un servizio socio-assistenziale? Pensiamo che sia più facile, o indifferente sotto il profilo etico, compiere valutazioni sulla validità di un’offerta commerciale complessa come quella di un superstore o di un autlet o di un gestore televisivo? Eppure li nessuno si scandalizza: il cliente è il re, si dice, ma in realtà è un suddito! Nel nostro caso invece, siccome il prodotto è intangibile e frutto di una lavorazione tecnica delicata (e quello televisivo?) il cliente deve essere protetto dalla sua ignoranza, così è di nuovo suddito!!
Si tratta di scelte politiche, quindi non possiamo fare molto se non denunciare le incongruenze che vediamo e proporre delle linee alternative.
Prima di tutto bisogna chiedere che le responsabilità siano precisamente individuate e distinte. Gli organismi politici hanno due precise responsabilità: quella di accertare la dimensione e la tipologia della domanda e quella di certificare la qualità dei servizi. Le leggi attuali questo dicono, il problema è che gli enti non lo fanno o non fanno solo questo o se si, spesso lo fanno male.
I componenti della tecnostruttura dei comuni devono andare a scuola di marketing e letteralmente “buttare nel cestino” i manuali amministrativo-burocratici coi quali si sono riempiti la testa per oltre un secolo e coi quali, al massimo, hanno imparato a salvarsi da errori amministrativi sempre possibili o, qualche volta, dalle accuse penali. Certo buttare questi manuali è difficile in un contesto dove sembrano l’unica verità e dove i vertici politici e i superiori per grado mostrano di crederci ancora. Come faccio ad evolvermi e diventare “l’uomo nuovo” post-moderno se i miei capi ragionano con la mentalità che si è affermata e ha sostenuto il pubblico e la nazione intera per tutto il secolo scorso? Eppure bisogna farlo. Bisogna che i sindaci comincino a far delle cose nuove sennò anche l’introduzione del federalismo, che sembra l’unica riforma possibile di questa epoca storica, non servirà a niente. Non servirà a cambiare l’Italia ma solo, se mi passate la battuta, a trasformarla, con un regionalismo a “Macchia di Gattopardo”.
Perché non ci prova il sindaco di Firenze? È il sindaco più popolare d’Italia, è uno che, da sinistra, ha avuto il coraggio di dichiararsi d’accordo con Marchionne, quindi ha capito dove sta andando il mondo, ed è capo di un comune importante in una regione di grande tradizione sui servizi. Dunque è l’uomo giusto, anche perché, non essendo schierato nell’area dei conservatori, non verrebbe pregiudizialmente accusato dall’area politica progressista, molto attenta, almeno nelle oded
Accept: application/xml,apdei servizi sociosanitari.
A parte questo, ma l’invito a Matteo Renzi ha comunque un senso, ciò che si deve fare è semplice (a dirsi): si deve formare un nuovo staff dei servizi sociali del comune. Nuovo per cultura e giovane per esperienza. Le vecchie esperienze non servono a niente, quindi il nuovo staff deve essere davvero nuovo per l’ambiente sociale. Per garantire le conoscenze tecniche si dovrà fare un’opportuna e mirata formazione ai nuovi, ma bisogna togliere il potere a quanti lo hanno rimescolato fin’ora. Questa è l’unica strada per vedere dei Piani di Zona che, dimenticando lo storico, formulino delle previsioni di volta in volta adeguate alla realtà sulla base dell’evoluzione demografica e delle previsioni epidemiologiche. Piani di Zona che tengano davvero conto, senza disperdersi in parole, dei dati numerici che consentono di leggere i bisogni. Non parole, numeri! Nei Piani di Zona deve essere chiara la eventuale discrasia tra domanda e offerta quindi, sempre per numeri, deve essere evidenziato cosa manca cosicché gli imprenditori del settore capiscano quali prodotti mettere in campo.
E poi la qualità! La garanzia deve essere data dal comune che è responsabile di autorizzazione al funzionamento e accreditamento. Per queste attività deve utilizzare funzionari propri scelti con modalità nuove ai quali deve essere fatta formazione perché diventino dei certificatori di qualità. In alternativa deve affidarsi ad agenzie esterne dotate del necessario know how in materia di qualità e di servizi. Indispensabile in ogni caso però è la conoscenza degli strumenti della certificazione di qualità (tipo ISO 9000) perché è un modo di trattare i problemi che copre universalmente le esigenze di qualità di qualsiasi fornitura. Naturalmente tali caratteri devono essere declinati in modo corretto rispetto all’ambiente socio-sanitario, ma ciò sarà reso possibile dai funzionari comunali che, anche con l’attuale formazione, offrono le necessarie garanzie.
Si è detto più volte che il pubblico deve mantenere una parte, anche piccola, di produzione per sapere in proprio quali sono i problemi, per capire e per conoscere direttamente le tecniche di produzione. Non sono mai stato completamente d’accordo con questa tesi e ora sono del tutto contrario, visti i disastri economici di molti enti. Non è rilevante che il pubblico sappia produrre, mentre è indispensabile che sappia controllare. Per questo in ogni caso i comuni devono avviare alcuni dipendenti di buon livello ad una formazione sull’auditing[1] e far acquisire loro la qualifica di certificatori di qualità. Tale nuova competenza sarà utile per scegliere i gestori di servizio e per controllarne la qualità attraverso l’esame dei loro processi produttivi.
Le modalità di controllo non devono esser burocratiche, quindi i funzionari comunali addetti, laddove è possibile, devono esser riqualificati come certificatori. La cultura è un passo importante, che si accompagna, però, al grande problema dell’indipendenza del certificatore. A tale proposito, quindi, altro passo determinante è la rottura del vecchio schema ancor oggi evidentemente imperante (troppo spesso i fatti di cronaca ce lo dimostrano impietosamente) per il quale le assunzioni e le carriere negli enti pubblici si fanno per interessi di partito o addirittura di famiglia. La crisi spazzerà via il nepotismo e le corruttele? Forse, ma non sembra ancora maturo il momento, per cui pur con tutti i limiti è preferibile un certificatore esterno.
I controlli di qualità che spettano ai comuni devono essere svolti secondo le norme dell’audit di qualità, ma queste si aggiungono e non sostituiscono le norme giuridiche. È chiaro che non possono, ovviamente, essere disattese le leggi e i regolamenti dello Stato e delle Regioni, quindi è su queste norme che dobbiamo porre l’attenzione. A parte lo Stato che regolamenta la materia in termini molto generali e quindi non determina difficoltà, occorre una nuova linea culturale nella produzione legislativa e regolamentare delle regioni.
La regione deve dire solo quali sono le caratteristiche e i requisiti che ogni fornitore deve possedere per essere accreditato, ma non deve porre altri limiti. Se l’autorizzazione al funzionamento è il riconoscimento del possesso del minimo, i requisiti per l’accreditamento devono essere definiti e studiati soprattutto in modo diverso. I requisiti minimi possono essere accertati anche con un metodi di controllo burocratico. Una chek list che verifichi la presenza degli stessi e niente più; mentre l’accreditamento riguarderà non lo stato di fatto ma la condizione operativa e culturale dell’organizzazione. Se il primo è un controllo burocratico il secondo è un audit. Un controllo che deve essere uno strumento, non ispettivo punitivo, ma finalizzato al miglioramento. Se per qualità di un servizio si intende la sua capacità di soddisfare i bisogni dagli utenti secondo le tecniche migliori del momento e in rapporto alle risorse, l’audit avrà un esito positivo e l’ente erogatore potrà essere accreditato o mantenere l’accreditamento se potrà garantire tre livelli di capacità. In primis l’uso efficiente delle risorse poi la crescita e l’aggiornamento professionale per un miglioramento continuo della performance e infine la soddisfazione dell’utente.
Tra autorizzazione e accreditamento non ci deve essere un rapporto simile a un gradino. Se hai 100 sei autorizzato, se hai 120 sei accreditato. Per essere accreditato devi avere 100 di partenza e devi avere una struttura interna di controllo e sviluppo che garantisca l’autocontrollo di qualità e la filosofia del miglioramento continuo che non si verifica con accertamenti semplici sul possesso o meno di elementi materiali, bensì sulla verifica costante della capacità di effettuare audit interni col fine di migliorarsi sotto tutti gli aspetti della qualità compresa l’efficienza e l’efficacia della gestione.
L’auspicio è avere verificatori indipendenti dotati di quella cultura nuova del controllo che a tutt’oggi sembra del tutto assente nell’apparato pubblico italiano.



[1] Auditing: controllo di un sistema, effettuato in modo tale da permettere di confrontare le attività svolte sul sistema analizzato con le politiche e le procedure stabilite al fine di determinare la loro conformità, suggerendo eventualmente l'opportunità di introdurre delle migliorie.

venerdì 14 gennaio 2011

Analisi preliminare su un welfare in difficoltà

Usando una citazione da cinefilo, ben nota agli appassionati di fantascienza, l’uomo nuovo tornando dalle stelle vede i mali che affliggono la Terra e, sentendosi dubbioso e quasi impotente, pensò che avrebbe fatto qualcosa..! Anche noi come l’interprete del celebre 2001 di Kubrik, di fronte ai mali che affliggono l’assistenza, dobbiamo scrollarci di dosso il senso di disagio e anche se ci sentiamo dubbiosi e quasi sempre impotenti dobbiamo comunque decidere di fare qualcosa!


Prima di fare, però, è bene analizzare la situazione di partenza, perché, è ovvio, non si va da nessuna parte se neanche si sa da dove si parte.

Si parte da un’analisi di mercato che vede un’estrema confusione tra domanda, offerta, controllo, prodotti e prezzi. In ogni mercato che si rispetti c’è una domanda potenziale o espressa da parte dei cittadini per un prodotto o servizio e c’è uno o, più opportunamente alcuni, fornitori che studiano e interpretano i bisogni offrendo i prodotti che meglio rispondono alle esigenze con un rapporto qualità prezzo ritenuto adeguato da un congruo numero di acquirenti.
Nel nostro caso invece? La situazione è sconfortante. La domanda è quasi sempre inespressa, quindi a rigore dovrebbe essere solo l’ente politico ad accollarsi l’onere dell’interpretazione per evidenti motivi di etica pubblica, ma non è così. Troppo spesso nelle attività di analisi dei bisogni viene fatta una pura e semplice fotografia dell’esistente ovvero si certifica come “domanda” ciò che è oggi ”l’offerta” contravvenendo in sostanza al proprio dovere di fare le scelte.


Come confusione d’inizio non c’è male!
 
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lunedì 10 gennaio 2011

Il Punto (31 dicembre 2010)

Cosa faremo nel 2011


Alla fine di ogni anno ci ritroviamo a fare consuntivi e proponimenti.
Ebbene, non ci sottraiamo alla tradizione infatti nella news letter di fine anno ci sono immagini e contenuti dei momenti salienti del 2010.
Resta da dire che cosa ci aspettiamo nell’anno nuovo. Non molto se non da noi stessi. Guai se ci fermiamo ad spettare che qualcuno ci dica bravo o ci dia indicazioni! Guai se ci lamentiamo e basta. Possiamo lamentarci, si, ma soprattutto possiamo fare qualcosa.
In un grande film di Cubrik (2001 odissea nello spazio) l’uomo nuovo che torna sulla terra vedendo i mali che l’affliggono capisce che deve intervenire e ..”pensò che avrebbe fatto qualcosa!” Queste sono le parole che oggi ci possono ispirare: pensare che il nostro compito è “fare qualcosa”!!

La crisi economica e di valori che stiamo attraversando non è di sicuro lo sfondo ideale per riforme della politica del welfare in senso favorevole al nostro settore e purtroppo è a tal punto evidente lo stato di confusione normativa che difficilmente potranno essere efficacemente attuate anche delle semplici azione applicative di norme già varate.

E allora che fare?

Ci dobbiamo rimboccare le maniche! E soprattutto dobbiamo spremerci per scoprire quante risorse sono nascoste dentro di noi!!

Vi rimando al video che l’associazione ANOSS ha realizzato dal titolo “L’alba del nuovo giorno”. In questo video c’è un breve intervento di una OSS che parla della gratificazione. Dice quali sono gli elementi che la gratificano nel suo lavoro e conclude che, in ogni modo, la gratificazione dobbiamo trovarla dentro di noi, perché “nessuno davvero te la può dare se non ce l’hai dentro di te!”

Allora, anche da questo si capisce, che dobbiamo rinunciare al sogno di un welfare tutto preordinato e schematico con un progetto e una pianificazione dall’alto e dobbiamo farci parte attiva e innovativa.

Nel 2011 l’associazione ANOSS continuerà a promuovere studio e ricerca sul “Welfare che verrà”. La programmazione ANOSS Sez. Emilia Romagna prevede la prosecuzione della linea dei convegni accompagnati dall’introduzione di veri e proprio eventi formativi tesi soprattutto alla qualità del lavoro, alla motivazione e all’integrazione professionale.

La seconda linea di attività sarà nella valorizzazione degli studi scientifici e le comunicazioni esperienziali attraverso convegni di presentazione di libri e interviste registrate e comunicate con youtube.

Infine, da ultimo, ma primo per importanza, introdurremo attività divulgativa verso l’utenza con convegni rivolti ad associazioni e cittadini per rendere noto ciò che la politica tende a non far vedere. Lo Stato ha risolto con una delega alle Regioni e queste stanno facendo scelte confuse e spesso contraddittorie. Così svolgeremo un ruolo di promozione sociale; questo, nel 2011 è il nostro proposito di “fare qualcosa..!” Buon anno, Buon anno a tutti !!!