mercoledì 21 settembre 2011

LA SQUADRA - Prosegue la preparazione

Workshop ANOSS
L'evento sarà realizzato in collaborazione con CENTRO STUDI INTERNAZIONALE PERUSINI ALZHEIMER 

TITOLO:
LA SQUADRA
La vita di un nucleo.. dalla mattina alla sera


CHAIRMAN – Renato Dapero - Presidente ANOSS Sez. Emilia Romagna

RELATORI
componenti della “SQUADRA” dell’Istituto “E. Bazzi” di Castelvetro (PC)
Monica Alessandra  RAA (Responsabili Attività Assistenziali)
Donatella Garbi RAS (Responsabile Attività Sanitaria)
Natascia Magnifico e Gianluigi Rossetti (OSS)
Lino Bartolini Medico di struttura Istituto
Nicola Pisaroni Coordinatore responsabile

ALTRI INTERPRETI
Letizia Espanoli
Formatrice e Presidente Centro Studi Perusini Alzheimer
Irene Bruno
Direttore della Residenza “I Platani” (Bologna)

Con Irene e Letizia realizziamo una scena ispirata al teatro greco. La Squadra diventa il “coro” e le due “attrici” interpretano la maschera tragica e la maschera comica.
La prima interpreta il disagio del lavoro di cura  e la seconda invece intona un inno alla grandezza e bellezza umana del lavoro di cura.


Obiettivi e finalità:
Questo workshop si propone di illustrare le difficoltà nella gestione di un gruppo di lavoro attraverso esempi concreti di vita vissuta. I relatori, appartenenti alla stessa struttura e concretamente abituati a lavorare in team,  svolgeranno tutti lo stesso tema secondo una specifica declinazione richiesta dal loro ruolo all’interno della realtà in cui operano.
La qualità tecnica degli interventi, le difficoltà di comunicazione interprofessionale, gli strumenti utilizzati, le soddisfazioni per i successi ottenuti, e le emozioni negative per gli insuccessi o peri  momenti di caduta di passione per le avversità organizzative, strutturali e giuridico - amministrative incontrate. Tutto questo e molto altro ancora esprimeranno con la semplicità e la verità dell’interprete reale dei fatti. Ci saranno intermezzi di alleggerimento con letture e interventi ad effetto.


Il programma completo che verrà diffuso successivamente

"NOI"
Noi siamo il punto di partenza, la fonte del nostro lavoro; siamo noi, le nostre storie, i nostri sogni, desideri... noi stessi che parleremo di noi e del nostro lavoro"

"NOI E VOI"
Vogliamo giocare mentre ci raccontiamo, vogliamo condividere quello che siamo col mondo che ci circonda e proiettare nello sguardo degli altri il nostro pensiero e le nostre emozioni.

"TUTTI"
Perché i contenuti della nostra storia, attraverso l'elaborazione del racconto si decanti in un processo di trasformazione che la rende significativa per tutti

Sarà elemento caratterizzante di tutto il percorso l'interazione continua tra conduttore e gruppo, interazione che si estenderà a tutti i presenti verso la creazione di un "qui e ora" tale da assicurare autenticità nell'incontro con gli altri e con sé stessi. Lo scopo è sviluppare la capacità di pensiero assertivo e positivo e la possibilità di farne esperienza diretta durante il convegno.
Questo evento è un’occasione per conoscersi, per scoprirsi in modo diverso, sollecitando parti di noi che nella vita quotidiana tendiamo ad ignorare. Con questo incontro tenteremo di riscoprire il racconto come momento di conoscenza e consapevolezza.
Particolare attenzione verrà dedicata alla rottura dei meccanismi consueti della comunicazione per favorire l’accesso a nuove e personali scoperte, combinazioni tali da far sentire ogni singolo partecipante parte attiva di una sorta di azione scenica.
Appunti di lavoro.
1° incontro de “La Squadra”
Si è pensato di trattare tre temi: a) l’ingresso di un nuovo ospite, b) la stesura di un PAI, c) Il rapporto coi parenti.
L’ingresso del nuovo ospite è un momento critico. Un momento in cui si effettuano osservazioni e si scambiano valutazioni. Si fa un lavoro di osservazione ampio e la presa in carico oltre che dell’ospite è riferita anche alle persone del contesto. Al termine della fase si definiscono gli elementi su cui deve essere effettuato il monitoraggio stabilendone anche la durata. Si tratta di selezionare un “Personaggio Tipo” possibilmente preso dalla realtà così non c’è neanche da inventare. Ovviamente cambiando nome e riferimenti che lo possono individuare.
Per quanto riguarda il PAI rispondiamo prima di tutto alla domanda: dopo quanto tempo? Dipende dalle condizioni generali del soggetto e dalle circostanze. Si può continuare col “Personaggio Tipo” e sviluppare al momento la stesura del PAI utilizzando il modello allegato che è quello normalmente in uso al Biazzi. Un operatore ANOSS scrive in diretta i dati che vengono proiettati per tutti.
Sul problema del rapporto coi parenti si può completare l’analisi del “Personaggio tipo” oppure inserire alcuni casi interessanti come quello della figlia che è stata tanti anni in America o altri casi eclatanti presi ovviamente dall’esperienza.
Nella prossima riunione  si definisce “Il Personaggio” e il relativo PAI.
Ricordo a Gianluigi di portare la chitarra che magari sentiamo qualche accordo.



Incontro con Letizia e Irene del 23 agosto
In data 23 agosto alle ore 15 presso a sede dell’associazione a Piacenza si è tenuto un incontro di preparazione dell’evento “La Squadra”, in particolare la parte che riguarda il loro intervento che chiuderà in modo scenico la giornata. Il gruppo di lavoro, integrato da una giovane collaboratrice (Giulia – studentessa di filosofia), ha svolto prima di tutto un’analisi di carattere generale dove sono stati messi in evidenza alcuni punti cruciali che riguardano gli operatori. Sono stanchi di essere poco considerati. Il burn out colpisce in modo meno frequente e in misura minore chi è dotato di una maggior sensibilità e preparazione, Il personale operativo ha un sostanziale bisogno di essere riconosciuto dai sui capi che devono essere capaci di distinguere tra i diversi livello di capacità, di preparazione e di sensibilità umana. La formazione è un problema che riguarda tutti i livelli, c’è una grande necessità di sviluppare modelli di selezione e di formazione coerenti con questi problemi che sono gli obiettivi più significativi da perseguire in un momento in cui si assiste ad una diminuzione delle risorse. Se le risorse diminuiscono, considerato che il personale è l’80 % del costo dei nostri servizi, dobbiamo far in modo che la risorsa personale sia la più adeguata alla nuova domanda.
Occorre una management dotato di “Visione” e occorre una revisione del linguaggio per rendere l’immagine del nostro lavoro e le innumerevoli immagini delle innumerevoli parti in cui esso si compone diverse da quelle attuali che sono figlie della cultura burocratica che le ha prodotte. Si fa l’esempio della proposizione “Mantenere le capacità residue” che sarebbe meglio cambiare in “Sviluppare le attitudini personali” o altra da decidere ma non parlare di mantenere che è un verbo statico e ancor meno di capacità residue che vuol dire ciò che resta dopo il buono
Nel merito della recita si sono decisi alcuni presupposti e alcune tracce. Prima di tutto si è pensato che i temi debbano essere gli stessi de “La  Squadra” quindi: L’ingresso di un nuovo ospite, il PAI e il rapporto coi parenti. “LA Squadra” rimane presente e attiva e rivolge le domande alla protagonista della maschera tragica, cioè quella che interpreta la parte i ci vede il lavoro in RSA in modo negativo. Le domande verranno definite e messe a disposizione cosicché la Squadra, che svolge le funzioni del Coro nella tragedia greca, sarà la voce che porta il dubbio e costringe alla riflessione.
Il Coro sostanzialmente è prima di tutto la voce antagonista della maschera tragica. Si è ipotizzato che le domande potrebbero essere lette da persone singole e potrebbero rappresentare una domanda tipo dell’ospite (altra parola che secondo Letizia dovrebbe essere cambiata in residente).
Solo a titolo di esempio si è detto:
“Voglio fare la pipi, voglio mia mamma, voglio andare a casa, voglio mio figlio che non viene mai, questa frittata non mi piace..” poi alcune frasi tipiche di affetti da Alzheimer come: “Aspetto mio padre che mi viene a prendere a scuola, devo andare all’estero, mi aspettano in Germania, ..ma tu che sei mio figlio perché non mi porti a casa?”.
Le due interpreti, una volta definite le domande, andranno invece a braccio.
Si è ricordata la frase di Gandhi:
·       attento alle tue parole perché diventano i tuoi pensieri
·       attento ai tuoi pensieri perché diventano le tue azioni
·       attento alle tue azioni perché diventano le tue abitudini
·       attento alle tue abitudini perché diventano il tuo destino
Bisogna stimolare il desiderio al cambiamento usando i sensi e le immagini e si è pensato alla fine anche all’immagine di Martin Luter King che dichiara “I Have a dream”





2° incontro de “La Squadra”(24-ago)
Si è pensato in primo luogo che il lavoro si debba svolgere in modo rapido e che sia meglio evitare di soffermarsi troppo sugli aspetti tecnici.
Riportando alla “Squadra” gli esiti dell’incontro con Irene e Letizia ci si è soffermati sulla lettura dei punti cruciali che riguardano gli operatori. Tale lettura ha provocato una generale condivisione con forte sottolineatura dell’importanza della valorizzazione degli operatori e del loro coinvolgimento. Ciò ha fatto pensare che sia effettivamente un elemento cruciale dell’organizzazione e che richiede un attenzione particolare nella fase di preparazione e di presentazione poi del lavoro di squadra.
Gianluigi Rossetti assicura la produzione di un altro racconto entro pochi giorni così da arricchire il libro che si darà in omaggio ai partecipanti ed esprime alcune perplessità sul suo intervento musicale di supporto all’interpretazione di Irene e Letizia. Perplessità che dipendono dal fatto di non conoscere i testi e quindi di non sapere in anticipo in quale momento intervenire e con quali toni. In assenza di un certo grado di informazione preventiva teme di non poter far un buon lavoro. Si è pensato alla fine che sarà sufficiente almeno conoscere le domande che il coro porrà ad Irene che è quella che dovrà sostenere la parte più drammatica e più imprevedibile per le diverse sfumature di toni emotivi che avrà il discorso e che dovrà avere, di conseguenza, la musica di accompagnamento.
Quanto agli altri aspetti è stato deciso di utilizzare solo la prima parte della documentazione cioè il PAI vero e proprio e non anche la diagnosi infermieristica.
Il gruppo in conclusione ha poi deciso di trattare un solo caso e di sceglierlo nell’ambito di alcune possibili scelte concretamente offerte dalla realtà. Comunque per sicurezza meglio avere due opzioni disponibili.
Si è fissata la prossima riunione per il 14 settembre al pomeriggio alle 14,30 sempre nella sede del Biazzi.

Istituto “Emilio Biazzi” – i.p.a.b. – Struttura Protetta
29010   CASTELVETRO PIACENTINO (PIACENZA)

PROGETTO ASSISTENZIALE INDIVIDUALE

PAI N°……


NOME E COGNOME DELL’OSPITE:

………………………………………………………………………………………………………..


DATA DI FORMULAZIONE DEL PAI:…………………………

A cura di:

MEDICO: ……………………………………………………………...FIRMA……………………………………

FISIOTERAPISTA…………………………………………….............FIRMA……………………………………

INFERMIERE TUTOR…………………………………………….….FIRMA……………………………………

O.S.S. TUTOR…………………………………………………………FIRMA……………………………………

R.A.I……………………………………………………………………FIRMA……………………………………

R.A.A…………………………………………………………………..FIRMA……………………………………

ANIMATRICE………………………………………………………...FIRMA……………………………………

FAMIGLIARE/OSPITE……………………………………………….FIRMA……………………………………

GRADO DI SODDISFAZIONE DEL FAMIGLIARE: barri con una X la faccina che più si avvicina al suo grado di
soddisfazione in merito all’assistenza socio-sanitaria offerta dai Professional dell’Istituto


Commenti/consigli………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………...

BISOGNO/PROBLEMA
OBIETTIVO
INTERVENTO
FIGURE INCARICATE
R=Responsabile C=Coinvolto
























































                                                                  NOTE VARIE: 

………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………
………………………………………………………………………………………………………………………………


X
Parametro di controllo
Valori attuali
Criteri di risultato
Valori al__/__/_____






Cartella Clinica




Cartella assistenziale integrata




Revisioni  precedenti




MMS




Barthel




Braden




Plymounth




Ucla




Tinetti




Scala Biazzi




Scala VAS




Altro




Legenda: > maggiore; ≥ maggiore o uguale; < minore; ≤ minore o uguale


DATA PREVISTA DI VERIFICA:…….........................................
 


PAI n°____ Verifica del ___/___/_______
Note……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………….

MEDICO: ……………………………………………………………...FIRMA……………………………………

FISIOTERAPISTA…………………………………………….............FIRMA……………………………………

INFERMIERE TUTOR…………………………………………….….FIRMA……………………………………

O.S.S. TUTOR…………………………………………………………FIRMA……………………………………

R.A.I……………………………………………………………………FIRMA……………………………………

R.A.A…………………………………………………………………..FIRMA……………………………………

ANIMATRICE………………………………………………………...FIRMA……………………………………

FAMIGLIARE/OSPITE……………………………………………….FIRMA……………………………………

venerdì 12 agosto 2011

Buon Ferragosto - caro operatore

Come ogni anno di questi tempi si pensa  di mandare un augurio per Ferragosto. Di solito si sceglie un’immagine vacanziera con il mare sullo sfondo, un ombrellone e qualcuno spaparanzato..ma quest’anno si fa fatica ad affrontare in modo spensierato questo periodo.
E allora, malgrado la crisi, cerchiamo di prenderla con un  po’ di ironia.
Avete visto le  facce dei nostri ministri? Non  belle..!  La bella signora occhioni neri  da un po’ non la inquadrano più, inquadrano solo dei visi tirati e delle teste più imbiancate o scapigliate. Ovviamente c’è anche chi i capelli bianchi non ce li avrà mai, anzi ne ha sempre di più e sempre più colorati. Adesso però gli sono venuti meno quei bellissimi  sorrisi artificiali che tanto ci rasserenavano quando tutto andava bene, ovvero l’orchestra continuava a suonare mentre il Titanic affondava.
E i mille? Non quelli di Garibaldi, quelli qualcosa han fatto! Parlavo dei mille parlamentari che, poveretti, quest’anno dovranno garantire la reperibilità durante i sacrosanti  40 giorni di ferie. Non è ancora stato chiarito se durante l’anno  lavorano o se fanno danno: forse se stanno a casa almeno non fanno danno..!  Ma no , quest’estate va tutto male e magari dovranno tornare ai lavori forzati: alza la manina, schiaccia il pulsante (solo il tuo, mi raccomando!); tanto chi ci ragiona sulle cose? Fate quello che vi dicono i capi,  Diavolo, non vorrete mica pensarci tutti!
Ma, come si diceva, che facce! Volete vedere che sono preoccupati per il fatto che inevitabilmente dovranno peggiorare le loro condizioni economiche?? 
Già perché tutti, proprio tutti, stanno dicendo che bisogna mettere un freno ai costi della politica e addirittura ormai è diventato di dominio pubblico il menù del Senato della Repubblica coi relativi prezzi. 
Poveri politici nazionali se si riducono lo stipendio non potranno più spendere come prima e addirittura dovranno rinunciare al “Risotto con rombo e fiori di zucca” (€ 3,34)  e accontentarsi di “Penne (ovviamente) all’arrabbiata” per una spesa di ben € 1,60..! o si porteranno da bere da casa per evitare la “Spesa folle” di € 0,67 per una c.d. bevanda standard. Clicca e vai al listino del ristorante del Senato..!

È cominciata la primavera araba e c’è in corso qualche movimento anche dei giovani nelle principali città europee. Alcuni dittatori  sono stati banditi. Va bene che chi aveva un dittatore sapeva con chi prendersela, ma noi almeno possiamo  indignarci attivamente  e cominciare un “autunno caldo italiano”?

Si potrebbe fare una “marcia su Roma!”, potremmo andare nei palazzi e tirarli fuori tutti. E poi? Poi vedremo.  Magari prendiamo tutti i decreti, i regolamenti, le leggi, chiamiamo i pompieri, quelli di Fahrenheit 451 e mandiamo tutto al rogo.(Il racconto originale di Bradbury da cui è stato tratto il famoso film si intitolava appunto “Gli anni del rogo”). Nella vicenda di Fahrenheit 451 (è la temperatura a cui avviene autocombustione dei libri) il Governo mandava i pompieri a bruciare i libri perché il popolo doveva essere “Istruito” solo attraverso la televisione (Pensate un po’). Bene noi dovremmo andare a Roma col lanciafiamme per bruciare tutto, non i libri o le persone, ma tutta la produzione legislativa perché in tal modo distruggeremmo il nascondiglio, la struttura di parole e di carta che tutto vieta e tutto giustifica.
Abbiamo bisogno di un bilancio in pareggio e il Governo propone di mettere il pareggio nella Costituzione: quando si devono fare cose concrete  i nostri governanti pensano a una legge..!
Basta, leggi, basta decreti legge, basta processi brevi, processi lunghi e inchieste sulla  P3, sulla P4 e così via enumerando: se non ci fossero così tante leggi sarebbe più difficile nascondere le proprie malefatte, la trasparenza non ci potrà mai essere dietro a una montagna di carta. Ma dopo un immenso rogo si potrebbe incominciare a intravedere qualcosa. Soprattutto se qualcun altro, alcuni nuovi e pochi rappresentanti del popolo potranno rimettere mano nella legislazione dando una nuova impronta alle cose suprando questo momento che insieme alle ideologie ha buttato via anche il senso etico della politica, del lavoro e della vita.

Dove non arrivano con le parole di carta, poi,  arrivano con le parole dell’oracolo televisivo. Avete visto ad esempio la pubblicità progresso per combattere l’evasione?. Bella, bellissima e soprattutto efficace. . “Se tutti paghiamo le tasse pagheremo meno e lo Stato ci ripagherà con servizi migliori” Efficace con chi? Con le menti semplici e ingenue di coloro che si lamentano, protestano ma poi da bravi bambini pagano e votano, continuando a votare la stessa gente, magnifico! Possiamo star certi che gli evasori (e sappiamo benissimo tutti in quali categorie professionali si annidano)  adesso incominceranno a tremare e correranno a pagare anche gli arretrati!

Cerchiamo di ridere per non piangere, ma ricordiamoci che dobbiamo imparare qualcosa da queste giornate  silenziose e torpide come sempre d'estate ma rotte ogni tanto da comunicazioni che dovrebbero scuotere come quelle dei disordini in Spagna, o a Londra. Sembra che la storia stia cominciando a presentare il conto  e quindi  affrettiamoci, facciamo un po’ di vacanza e poi via, al lavoro!
Al lavoro con una convinzione: dare il nostro contributo a creare un’opinione pubblica impegnata, a diffondere un messaggio di responsabilità e impegno, leale verso  tutti coloro che si adoperano per risollevare  il senso etico del lavoro e dello Stato prima ancora del pareggio economico. 

Dobbiamo impegnarci per trovare una lingua comune e un condivisibile  programma  di formazione per sostenere la motivazione e ridare credibilità sociale al lavoro di assistenza.


Diamoci da fare, “L’utopia è a portata di mano nei momenti di crisi!” 
Ok, buone vacanze. Ci vediamo presto.. al lavoro!

venerdì 22 luglio 2011

Enti Gestori di servizi socio assistenziali e qualità attesa dall’utenza Strumenti di valutazione e di comunicazione tra forma e innovazione

Gli enti gestori


L’attività socio assistenziale viene svolta in Italia da molti e diversi operatori; l’assistenza residenziale agli anziani, in particolare, è gestita da enti pubblici di 1° livello, da ASP derivate dalla trasformazione delle IPAB o dalle stesse IPAB ancor oggi in via di trasformazione, da cooperative sociali e da imprese private. Questo dato induce ad una riflessione sugli aspetti determinanti per la qualità che possono essere influenzati anche dalla struttura giuridica e operativa del gestore. In breve si possono evidenziare le differenze cruciali. I responsabili gestionali e operativi dei gestori pubblici sono selezionati dalla politica locale e gestiscono gli enti secondo regole tipiche di quell’ambiente. Godono di alcuni vantaggi per la loro vicinanza con i centri strategici e decisionali della sanità e della politica in generale, ma soffrono delle diverse sindromi che influiscono negativamente sull’efficienza ed efficacia nel sistema pubblico. Si rimanda ad altra sede un esame in dettaglio limitandoci a considerare che nel caso degli enti pubblici spesso si manifesta il grande limite del particolarismo, del localismo e dell’autoreferenzialità a livello di piccolo territorio o di singola azienda erogatrice. Le cooperative da questo punto di vista hanno un significativo vantaggio in quanto sono più grandi, normalmente impiegano soci e dipendenti nell’ordine della migliaia e sono impegnate in diversi ambiti territoriali anche in regioni diverse e quindi sottoposti a legislazioni e a politiche sociali differenti. Il mondo della cooperazione specie nel centro nord è in piena evoluzione e sta del tutto abbandonando il precedente ruolo che avevano svolto in passato che si potrebbe definire di supplenza a copertura parziale delle inefficienze degli enti pubblici. Le carte vincenti sono senza dubbio l’efficienza di gestione prevalentemente basata sulla flessibilità e la competenza progettuale diversificata acquisita grazie alla presenza, sotto la stessa unità direzionale, di attività svolte in regimi giuridici e organizzativi diversi. Non mancano i difetti legati soprattutto alla minor efficacia dell’azione di un personale flessibile ma a volte poco legato a una zona determinata e all’assenza di una visione politica del territorio di riferimento. È vero che hanno flessibilità sul personale e quindi efficienza gestionale, ma hanno personale che corre quindi svolge un’azione, da questo punto di vista, che perde un po’ in qualità. Se da un lato hanno una cultura aperta, perché operano in mondi diversificati e possono godere di ibridazione tecnica e culturale, dall’altro sono o possono essere poco radicati.
Ciò influisce sulla qualità nella parte più sottile del servizio, la parte meno tecnica e più relazionale. Non sempre l’efficienza, ovviamente utile ai fini della sostenibilità economica, va a braccetto con l’efficacia operativa o semplicemente con la qualità complessiva del lavoro. Rispetto al pubblico sono più efficienti e pagano qualcosa in qualità del servizio almeno in generale, anche se esempi di eccellenza ce ne sono. Nel vissuto psicologico collettivo hanno, come il pubblico, un punto di forza nell’assenza di scopo di lucro che determina una teorica impossibilità di creare un arricchimento personale a qualcuno. A nessuno sfugge, tuttavia, che anche le coop non possono non guadagnare sia per mantenere in vita e far crescere le organizzazioni sia per fare concretamente gli investimenti necessari. Questo, però, a ben guardare accomuna tutti i gestori, compreso quelli di natura pubblica che non potranno più, in futuro, contare su contributi per pareggiare i bilanci e supporti economici rilevanti per gli investimenti.
Qualità, pregiudizi e privato profit
Ciò di cui s’è detto sopra, appartiene in parte alla categoria dei pregiudizi: il pubblico è vittima del pregiudizio dell’inefficienza e la cooperazione di quello della scarsa qualità relazionale.
Poi viene il privato profit. In questo caso il pregiudizio è ben noto e si concretizza nel pericolo che per tutti è di per sé implicito nel fine di lucro ed è sempre ritenuto inaccettabile nei servizi di assistenza alle persone. Le aziende del privato profit sono di solito delle società di capitali e fanno questo mestiere per dare opportuna remunerazione al capitale. Fin qui sarebbe accettabile se non si ritenesse anche che esiste una certa sete di ricchezza generalizzata da cui discende che le aziende profit, per guadagnare, si impegnano costantemente a prelevare dall’utente tutto quel che è possibile non per il bene dell’ospite ma per l’arricchimento personale del gestore.
Smontare questo pregiudizio è difficile se non con un’azione ben coordinata sulle norme di controllo e sulla struttura dei sistemi di accreditamento. Nella realtà, anche se non si escludono casi che giustificano la nascita del suddetto pregiudizio, il privato commerciale è estremamente differenziato, infatti si va dalle piccole o piccolissime aziende familiari con un solo punto di produzione alle grandi e grandissime che operano su scala nazionale o addirittura internazionale. È un po’ meno facile definire le caratteristiche di questo settore dal punto di vista della qualità perché sfugge alle classificazioni e non si presenta in modo omogeneo e non solo per le dimensioni. Ci sono realtà che potremmo definire di fascia alta che offrono servizi con retta totalmente a carico dell’utenza così come ci sono realtà di fascia media accreditate dal sistema pubblico o altre che offrono un servizio che potremmo definire appena sufficiente con retta a carico dell’utenza. Quindi si osservano diversi livelli di qualità e non si può generalizzare un giudizio di alcun genere sulla qualità.
Regole omogenee di valutazione
Non è pensabile che strutture così diverse per impianto gestionale e struttura decisionale possano offrire servizi omogenei e confrontabili, per qualità e prezzo, in assenza di regole di omogeneizzazione dell’attività. Lo Stato, e per esso in particolare le Regioni, hanno ben evidente nella loro mission il compito di assicurare i cittadini una qualità minima dei servizi e un controllo efficace dei fattori di qualità. Quindi hanno un compito importante per la loro stessa natura istituzionale, ma in secondo luogo, entro determinati limiti, lo Stato offre un sostegno agli utenti con forme diverse da regione a regione ma, in ogni caso, offrendo un contributo. Per questo non può non porre livelli minimi di accettabilità dei parametri di qualità che siano misurabili con l’utilizzo di specifici indicatori e adeguate unità di misura degli elementi valutati. La Regione, è ovvio, non può erogare contribuzioni per sostenere un servizio di cui non conosce gli estremi, specialmente in un tempo come il nostro in cui c’è ormai consapevolezza diffusa che le risorse destinate a questo ramo del sociosanitario non sono sufficienti a fronteggiare la domanda crescente per quantità e qualità.
Quindi da queste osservazioni si deduce che esiste una forte necessità di creare e gestire strumenti di valutazione. Strumenti atti, cioè, a determinare il valore dei servizi.
Ma non solo la Regione è interessata alla misurazione perché non è l’unico soggetto a pagare e soprattutto perché non possono essere esclusi dall’informazione gli utenti, i parenti e tutti i portatori di interesse. C’è stata una trasformazione dei servizi e, si deve dire, anche una loro crescita, quindi, da un lato c’è l’esigenza di continuare ad erogare in modo efficiente prestazioni efficaci e dall’altro c’è la necessità di fornire adeguate prove, possibilmente documentate, che dimostrino il grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati e comunicati.
In questo contesto, peraltro in costante evoluzione, è in atto uno studio e diversi esempi applicativi sugli indicatori che costituiscono uno strumento importante di monitoraggio e valutazione utile sia ai decisori della Pubblica Amministrazione sia ai gestori e sia, infine, anche utenti e stakeholder. Ma non sempre queste azioni di monitoraggio attraverso indicatori sono agevoli, per la diversità tipologica dei destinatari e per il fatto che l’attività socio assistenziale è un prodotto multidimensionale che difficilmente può essere inquadrato in uno schema semplice.
Si capisce chiaramente che non si può ottenere alcuna informazione significativa da un solo o pochi indicatori, ma è necessario puntare su un sistema che sia il più ampio possibile. In ogni modo si deve costruire un sistema coerente, sviluppato sulla base di esperienza così da escludere alcuni difetti tipici di interpretazione e tale da consentire una valutazione del problema globale e in termini evolutivi dopo aver offerto un’opportuna preparazione a di chi è interessato ad una lettura rigorosa e non emotiva dei dati.
Accreditamento
Lo strumento di valutazione della qualità dei servizi socio assistenziali è l’accreditamento. Sia esso istituzionale, o di eccellenza o sia la certificazione di qualità in base alle ISO 9000 o ad atre norme. Le ISO, trattandosi di norme generali dotate di validazione a livello internazionale in tutti i campi, hanno raggiunto un elevato grado di affidabilità e sono state in molti casi elemento di ispirazione anche per gli estensori delle norme dell’accreditamento istituzionale. La norma ISO 9000 “specifica i requisiti di un sistema di gestione per la qualità” quindi attribuisce all’organizzazione un metodo per dimostrare la propria capacità a fornire con regolarità un prodotto che soddisfi le specifiche cogenti e quelle richieste dall’utente. Nel capitolo dedicato a Misurazione,analisi e miglioramento, oltre a trattare l’audit interno, sottolinea la necessità di monitoraggio dei processi per dimostrare la capacità degli stessi di ottenere i risultati pianificati. Prevede inoltre il monitoraggio e misurazione del prodotto per l’evidenza della conformità ai criteri di accettazione.
L’Accreditamento istituzionale costituisce un accertamento della conformità dei servizi e delle strutture alle norme di qualità e funge da sistema di qualificazione e verifica per attribuire o confermare la facoltà di essere fornitori del servizio assistenziale sovvenzionato dallo Stato[1]. A questo scopo vengono posti degli indicatori tesi a valutare diversi elementi quali la personalizzazione degli interventi, la formazione del personale, il coinvolgimento degli utenti e famiglie nel processo assistenziale. Le capacità organizzative generali del soggetto 
erogatore, l’esistenza di un efficace sistema di autovalutazione e capacità di rendicontazione dei risultati.
Accountability
La più recente saggistica sui temi gestionali propone l’abbinamento dei concetti di rendicontazione e di accoutability. Il termine inglese si traduce con responsabilità, ma anche con attendibilità e spiegabilità il che ci mostra la differenza con responsability che si traduce puramente e semplicemente con responsabilità. Dunque il termine accountability presuppone un senso di responsabilità che si traduce nella necessità che il comportamento aziendale debba essere giudicato sulla base della capacità di generare valore per la comunità, di misurare e rendere riconoscibile tale valore e di rendere conto alla collettività delle proprie azioni e degli effetti prodotti.[2]
Le regole di misurazione e valutazione, come si diceva sopra devono essere coerenti e trasparenti, ora si può aggiungere che devono discendere da propositi condivisi tra enti gestori e Regione affinché l’esplicitazione delle azioni e degli effetti prodotti possa dare garanzie reali agli utenti e ai cittadini in generale. Accountability significa non accontentarsi di un’assunzione di responsabilità formale ma orientarsi ad un paradigma dei rapporti tra fornitore e utente basato sulla rendicontazione.
Sul piano operativo si può quindi sostenere che in una logica di accountability si richiede un sistema esplicito di regole e principi, come le norme di Accreditamento, in base ai quali gli enti gestori redigono un Rendiconto annuale da rendere pubblico. Ma non basta, anche la Regione è chiamata a rendere conto ai diversi soggetti portatori di interessi, sulle sue responsabilità di pianificazione e controllo che non dovranno peccare di incoerenza rispetto alla quantità di risorse messe a disposizione per il sostegno del settore.
In conclusione, al di là della terminologia anglosassone, quel che occorre è un certo sviluppo della cultura del controllo e della comunicazione. Deve essere superata la concezione ispettiva del pubblico come controllore fiscale e deve essere inaugurata una nuova comunicazione tesa non a confondere utenza e stakeholder ma a rendere evidenti i dati che riguardano la produzione del servizio da un punto di vista strutturale e di processo nonché, infine, degli esiti tecnici e di outcome a livello sociale e di singolo utente. Solo quando gli enti gestori, pubblici o privati, accreditati o no, sapranno redigere opportuni strumenti di rendicontazione pubblici e comprensibili, sarà possibile superare gli stereotipi e i pregiudizi con beneficio per tutti, in primis per i cittadini poi anche per quei gestori che si impegnano e a cui verranno riconosciuti gli sforzi indipendentemente dalla loro natura giuridica.

luglio 2011


[1] Per intervento dello Stato deve intendersi intervento di un ente portatore, a livello locale, di un interesse pubblico garantito dalle leggi dello Stato.
[2] Enrico Guarini – Università Bocconi. La rendicontazione e l’accoutability delle Regioni: confini stato dell’arte, prospettive. http://www.regione.piemonte.it/oss_riforma/dwd/inter_guarini.pdf

lunedì 27 giugno 2011

Assistenza e indicatori. Misurare l’attività tra necessità e “pericoli”

Abstract
La misurazione è una necessità e gli indicatori indispensabili purché previsti e utilizzati nell’ambito di un sistema. Gli indicatori di struttura non misurano l’efficacia, quelli di processo misurano la qualità dell’assistenza e sono utili per il controllo delle interfacce. Gli esiti sono influenzati da variabili indipendenti.
Premessa
La misurazione è una necessità. L’attività socio assistenziale viene svolta in Italia da molti e diversi operatori; l’assistenza residenziale agli anziani, in particolare, è gestita da enti pubblici di 1° livello, da ASP derivate dalla trasformazione delle IPAB o dalle stesse IPAB ancor oggi in via di trasformazione, da cooperative sociali e da imprese private. Già questo dato preliminarmente pone un certo rilievo sul problema, infatti, non è pensabile che strutture così diverse per impianto gestionale e struttura decisionale possa offrire servizi omogenei e confrontabili, per qualità e prezzo, in assenza di regole di omogeneizzazione dell’attività. Lo Stato, e per esso in particolare le Regioni, assicura l’assistenza entro determinati limiti e parametri e non può non pretendere strumenti di valutazione, unità di misura degli elementi valutati, nonché livelli minimi di accettabilità dei vari parametri di qualità. La Regione, è ovvio, non può erogare contribuzioni per sostenere un servizio di cui non conosce gli estremi, specialmente in un tempo come il nostro in cui si comincia a diffondere una certa consapevolezza che le risorse destinate a questo ramo del sociosanitario non sono più adeguate alla domanda crescente per quantità e qualità.
Ma non solo la Regione è interessata alla misurazione perché non è l’unico soggetto a pagare e soprattutto perché non possono essere esclusi dall’informazione gli utenti, i parenti e tutti i portatori di interesse. C’è stata una trasformazione dei servizi e, si deve dire, anche una loro crescita, quindi, da un lato c’è l’esigenza di continuare ad erogare in modo efficiente prestazioni efficaci e dall’altro c’è la necessità di fornire adeguate prove, possibilmente documentate, che dimostrino il grado di raggiungimento degli obiettivi prefissati e comunicati.
Valutazione: un sistema coerente
In questo contesto, peraltro in costante evoluzione, gli indicatori costituiscono uno strumento importante perché consentono monitoraggio e valutazione e chi è chiamato ad assumere decisioni può meglio identificare i problemi e stabilire obiettivi ragionevoli verificando, poi, la corrispondenza tra i risultati attesi e quelli ottenuti. Allo stesso modo attraverso l’osservazione dei dati di monitoraggio anche utenti e stakeholder possono svolgere analoga azione purché i dati siano disponibili ma anche e soprattutto esposti in modo da essere comprensibili a tutti.
Sulla base di queste considerazioni si può comprendere che non sempre queste azioni di monitoraggio attraverso indicatori sono tecnicamente fattibili o agevoli, sia perché diverse sono le funzioni e diversi i destinatari, oltretutto con esigenze divergenti, sia perché l’attività socio assistenziale è un prodotto multidimensionale e difficilmente può essere inquadrata in uno schema semplice in un quadro in cui risorse e prestazioni non godono, di fatto, di un rapporto stabile e determinato.
Il servizio di socio assistenza è costituito da numerose attività collegate e per di più svolte da organizzazioni diverse così che possono coesistere, in modo naturale e del tutto involontario ma determinante, diversi segmenti di attività con significative differenze qualitative dipendenti dalla presenza anche contestuale di livelli di efficienza e di efficacia anche molto diversi.
Si capisce chiaramente che non si può ottenere alcuna informazione significativa da un solo o pochi indicatori, ma è necessario puntare su un sistema rigoroso e ampio al tempo stesso, anzi il più ampio possibile. In ogni modo si deve costruire un sistema coerente, sviluppato sulla base di esperienza così da escludere alcuni difetti tipici di interpretazione e tale da consentire una valutazione del problema globale e in termini evolutivi dopo aver offerto un’opportuna preparazione a di chi è interessato ad una lettura rigorosa e non emotiva dei dati.
Senza queste premesse non c’è indicatore che indichi qualcosa di utile!
Indicatori/unità di misura
È chiaro che bisogna aspirare ad uno strumento di misura esteso e complesso. Si deve considerare che è riferito ad una realtà non semplicemente rappresentata da una sua dimensione fisica. Essa non è l’unico elemento ma si accompagna ad altri delicati fattori, determinanti per la qualità, che attengono alla componente relazionale del lavoro.
Tendenzialmente si comincia a parlare degli indicatori prima che di strumento di valutazione e ciò può rappresentare un ulteriore limite che condiziona spesso l’interpretazione. Si può giungere a conclusioni errate assegnando ai singoli indicatori una rilevanza sproporzionata rispetto allo strumento di valutazione nel suo insieme.
Si può comprendere che sia così, perché è nell’esperienza umana che si fonda questa sorta di prelazione. L’uomo reagisce agli stimoli, si allontana dal fuoco quando sente bruciare la pelle, chiude gli occhi quando il sole abbaglia. Brucia la pelle = indicatore (misura il grado di sopportabilità ed evidenzia il pericolo); allontanamento dal fuoco = valutazione, giudizio e azione di difesa. Quindi quando si pensa di costruire uno strumento di valutazione spesso si pensa subito proprio agli indicatori, non come strumento complesso per una valutazione, ma più semplicemente come unità di misura di un fenomeno tenuto sotto controllo. Se sia meglio pensare a uno strumento di misura che comprenda in modo integrato gli indicatori o se sia possibile partire dalla ricerca sugli indicatori per poi costruire uno strumento di valutazione è un po’ come chiedersi se ci sia stato prima l’uovo o la gallina…. Si può benissimo partire dagli indicatori sapendo però che devono esser definiti e studiati in modo contestuale e che insieme devono costituire un sistema. Diversamente sarà impossibile farne un uso corretto: indicatori mal utilizzati non portano informazioni efficaci.

Accreditamento
Lo strumento di valutazione della qualità dei servizi socio assistenziali è l’accreditamento. Sia esso istituzionale, o l’accreditamento di eccellenza o la certificazione di qualità in base alle ISO 9000 o ad atre norme. Partiamo dalle ISO che trattandosi di norme assolutamente generali e dotate di pluriennale validazione internazionale su tutti i campi dell’agire umano hanno raggiunto un elevato grado di affidabilità e sono state in molti casi elemento di ispirazione anche per gli estensori delle norme dell’accreditamento istituzionale. La norma ISO 9000 “specifica i requisiti di un sistema di gestione per la qualità” quindi attribuisce all’organizzazione un metodo per dimostrare la propria capacità a fornire con regolarità un prodotto che soddisfi le specifiche cogenti e quelle richieste dall’utente. Nel capitolo dedicato a Misurazione,analisi e miglioramento, oltre a trattare l’audit interno, sottolinea la necessità di monitoraggio dei processi per dimostrare la capacità degli stessi di ottenere i risultati pianificati. Prevede inoltre il monitoraggio e misurazione del prodotto per l’evidenza della conformità ai criteri di accettazione.
L’Accreditamento (istituzionale) costituisce un accertamento della conformità dei servizi e delle strutture alle norme di qualità e funge da sistema di qualificazione e verifica per attribuire o confermare la facoltà di essere fornitori del servizio assistenziale sovvenzionato dallo Stato[1]. A questo scopo vengono posti degli indicatori tesi a valutare diversi elementi quali la personalizzazione degli interventi, la formazione del personale, il coinvolgimento degli utenti e famiglie nel processo assistenziale. Le capacità organizzative generali del soggetto erogatore, l’esistenza di un efficace sistema di autovalutazione e capacità di rendicontazione dei risultati.
Indicatori
Gli indicatori sono la caratteristica quantitativa o qualitativa di un oggetto o di un fenomeno che consente di dare giudizi su di esso. Devono possedere i requisiti di appropriatezza, comprensibilità, misurabilità e significatività.
La prima domanda che ci si deve porre quindi è cosa misurare. Si devono misurare la struttura, i processi e gli esiti. La struttura in quanto rappresentativa dell’elemento di base che può rappresentare il discrimine della possibilità o meno di fare. La misurazione dei processi indica come vengono utilizzate le risorse e appare fondamentale questo approccio, perché a nulla varrebbe essere dotati dei migliori standard strutturali se poi i processi del lavoro assistenziali fossero scorretti. L’utilità della misurazione degli esiti è poi di evidente ed immediata comprensione per tutti.
Indicatori di struttura
Riguardano gli ambienti in cui viene erogata l’assistenza unitamente all’organizzazione. Misurano specifiche caratteristiche strutturali o tecnologiche. Esempi di indicatori di struttura sono le dimensioni delle stanze, il rapporto ospiti/bagni, il rapporto ospiti/operatori, la qualificazione degli operatori, l’esistenza di determinate tecnologie come impianti di raffrescamento e/o ricambio di aria o esistenza di un determinato rapporto tra strumenti e ospiti, ad es. numero dei sollevatori disponibili in rapporto al numero degli utenti che ne richiedono l’uso.
Gli indicatori di struttura forniscono una possibile misura dell’efficienza e possono descrivere aspetti non indagati da altre misurazioni che coinvolgono molti processi e che ne sono in qualche caso addirittura il presupposto. D’altro canto non forniscono però indicazioni di efficacia per cui non garantiscono di per sé stessi la qualità del servizio di assistenza.
Questo dato apre un problema per ciò che concerne la lettura dell’indicatore di struttura e le conseguenze che gli organismi di controllo ne possono trarre. Posta l’importanza di tali indicatori in quanto possibile misura dell’efficienza e della potenzialità della struttura nel suo insieme, non si può non rilevare che in qualche caso la lettura formale dei dati di struttura può comportare conseguenze abnormi. Bisogna introdurre nella valutazione la capacità di distinguere tra la situazione attuale e ciò che si può raggiungere in prosieguo. Se una struttura è stabilmente sotto standard rispetto a un determinato indicatore allora deve essere penalizzata, ma se si rilevasse la tendenza a migliorarsi rispetto a detto standard la lettura dell’indicatore dovrebbe essere diversa. Le conseguenze dovrebbero essere riviste nel senso non di una penalizzazione ma di una raccomandazione, e ciò non “per grazia ricevuta” in camera caritatis ma come normale frutto di un metodo di valutazione. È vero che sono i requisiti e quindi gli indicatori più facilmente controllabili, ma ci sono casi in cui sono anche poco significativi e la loro lettura iper-rigorosa può portare a valutazioni distorte.
Dall’esperienza personale di direzione di struttura porto ricordi nefasti di verifiche degli organismi di controllo con esiti penalizzanti per la mancanza di pochi centimetri quadrati che facevano perdere un posto quando tali centimetri dipendevano da una piccola differenza di larghezza della stanza che in sostanza per il suo sviluppo geometrico non impediva gli spostamenti. E in un clima di scarsità di risorse ridurre posti o fare spese di investimento aggiuntive e del tutto inutili non è buona cosa..
Indicatori di processo
Definito il processo come una successione strutturata di attività finalizzate a produrre un risultato che abbia un valore per l’utilizzatore finale, gli indicatori di processo sono quelli che danno informazioni circa il fatto che l’attività ai fini assistenziali si sia svolta o meno in modo appropriato secondo quanto definito in precedenza. Descrivono quello che avviene all’interno della struttura e quindi, in quanto descrittivi di fattori dinamici, danno una rappresentazione più o meno accurata dell’assistenza ricevuta dagli utenti. In sostanza misurano l’appropriatezza in relazione a determinati standard di riferimento e questo è il principale loro vantaggio. Rispetto agli indicatori di esito sono meno o per nulla influenzati dal case-mix, inoltre, identificando le situazioni non appropriate, consentono tempestivi atti rivolti al miglioramento.
Il principale punto debole degli indicatori di processo è che molto difficilmente possono essere ricavati dai sistemi informativi aziendali che inevitabilmente si prestano ad osservazioni semplicemente statiche. In tal modo si evidenzia la necessità di introdurre una nuova cultura sia nella determinazione di standard e indicatori sia nella relativa lettura e valutazioni. Non si potrà raggiungere una buon utilizzo degli standard di processo senza una formazione ai valutatori interni ed esterni affinché non si affidino semplicemente alle cheek list ma utilizzino un forma di audit come ampiamente diffuso in tutti i sistemi di qualità gestiti.
Un altro svantaggio degli indicatori di processo è che, a fronte della loro importanza sostanziale, non sono percepiti nella loro reale rilevanza da utenti e stakeholder.
Indicatori di esito
L’esito è la prestazione o il servizio che si è ottenuto come risultato di un processo. Gli indicatori di esito documentano quindi il risultato del processo assistenziale o una prestazione in sé (come numero di reclami o tempi d’attesa) o una variazione indotta (come mortalità, cadute e simili). Documentano una situazione finale dell’assistenza che ha senso solo se confrontata con obiettivi posti in precedenza che possono essere sia di natura assistenziale in senso stretto come ad esempio una valutazione documentata dei risultati di un PAI, ma anche tali da documentare una modifica di esiti economici (contenimento costi) o umanistici (soddisfazione dell’utente).
La loro forza sta nel fatto che sono di semplice comprensione e soddisfano le esigenze dei vari attori del sistema: decisori, operatori, tecnici, utenti. Ma sono utili solo quando non si riferiscono a fattori per la cui comprensione si richiedono competenze particolari come ad esempio tecniche statistiche per correggere differenze di case mix o altro.
La loro debolezza è che, dopo lunghi tempi d’attesa per garantire attendibilità, alla fine la loro osservazione non consente di risalire ai processi o alle struttura su cui è necessario intervenire per migliorare la performance. Meglio affidarsi ad indicatori di processo anche se i sistemi informativi degli enti gestori e delle strutture di controllo non sono ancora pienamente adeguati alla sfida.
Da qui il percorso do imboccare per l’immediato futuro che è quello di una formazione a tutto campo su questo specifico fronte della qualità.


[1] Per intervento dello Stato deve intendersi intervento di un ente portatore, a livello locale, di un interesse pubblico garantito dalle leggi dello Stato.

venerdì 3 giugno 2011

Veronafiere - Pte-expo 2011. La partecipazione di ANOSS

L'associazione ha preso parte al Pte-expo 2011 di Verona con uno stand (frequentatissimo) e con la realizzazione di due convegni. uno di carattere generale sugli indirizzi attuali del welfare e l'atro sulla figura professionale del Responsabile di nucleo. entrambi i convegni sono stati sviluppati con visioni ampie e dovizia di interventi qualificati ed hanno avuto anche successo di pubblico, specie  quello di taglio pratico e rivolto alle figure operative (oltre 200 iscritti e una partecipazione ancora maggiore per frequentatori della fiera che hanno deciso di partecipare all'ultimo momento) 
Con il convegno di studio “Diritto all’assistenza e compatibilità economica. Verso quale welfare?” l’associazione ANOSS ha inteso affrontare uno dei problemi di maggior impatto sociale oggi. Si tratta di fronteggiare una situazione nuova che mette in evidenza, da un lato una domanda crescente intermini quali quantitativi e dall’altra una sostanziale contrazione delle risorse pubbliche destinate allo scopo dell’assistenza sociosanitaria.
In merito ai due convegni ho risposto ad alcune domande che mi sono state rivolte dalla redazione di Assistenza Anziani.
-       Qual è lo stato dell’arte sulla compatibilità economica rispetto all’assistenza?
Difficile dire a che punto siamo. bisogni sono potenzialmente infiniti e nessun stanziamento sarebbe in teoria mai sufficiente a soddisfarli. Lo Stato risolve col contingentamento delle risorse: non è mai stato varato il “Fondo nazionale per la non autosufficienza” e le regioni fanno quello che possono, però qualche volta hanno un approccio contraddittorio: chiedono agli enti gestori standard elevati poi non garantiscono adeguate risorse con conseguenze evidenti o sui cittadini o sui comuni. Enti locali e aziende di servizio non sempre si capiscono, non sempre sono coerentemente coordinati e l’ottimizzazione dell’impiego delle risorse sfuma.

-       Come migliorare l’attuale situazione? Quali sono gli spunti usciti in tal senso dal Convegno?
Forse occorrono norme nuove e più elastiche. Forse anche i dirigenti delle aziende erogatrici dei servizi devono assumere un atteggiamento diverso. Forse tutti gli operatori devono incominciare ad “amare” di più il loro lavoro, ma soprattutto l’insieme di politica e management del sociale devono far in modo che la cultura del servizio cresca e l’immagine sociale del lavoro di cura assuma quella dimensione e quel ruolo di elevata connotazione etica che lo caratterizza. In sostanza dobbiamo crederci!
  
-       Esistono molteplici e complesse richieste di assistenza a fronte di risorse economiche sempre più limitate: come ovviare a questa problematica?
La domanda cresce e non abbiamo risorse sufficienti. Non disponendo della “bacchetta magica” dobbiamo ingegnarci ad un processo innovativo sia nelle strategie sia nella cultura della pianificazione e controllo. Occorre una forte presa di coscienza della politica e l’investitura ai comuni del ruolo di pianificatore deve diventare sempre più forte. I comuni devono avere una visione strategica che si sviluppa nel tempo, devono smettere di fare “fotografie” della situazione e dichiarare che i servizi offerti sono quelli che sono già presenti sul territorio. Devono essere propulsivi e innovativi chiedendo una maggior autonomia nelle decisioni strategiche e organizzative e proponendo un diverso mix assistenziale. Per questo è necessario un aumento della cultura specifica nei comuni che hanno iniziato da poco ad utilizzare strumenti di questo tipo. Devono imparare a rendere evidente ciò che fanno,. Devono farlo conoscere alla comunità che alla fine possa diventare è la vera responsabile delle scelte.

Nel secondo convegno sulla figura del  “Responsabile di Nucleo” si è parlato di gestione operativa e si è cercato di sviluppare una tecnica comunicativa nuova e connotata da toni vivaci.

- Quali caratteristiche dovrebbe avere un Responsabile di Nucleo?
Oltre ad una buona competenza tecnica si impone la sua capacità di mantenere unito il gruppo, di motivarlo e di contribuire ad un’efficace azione di integrazione professionale. È risaputo che le professioni coinvolte nell’attività socio assistenziale non appartengono tutte allo stesso alveo culturale e ciò comporta diversi problemi a volte per una riconosciuta o presunta superiorità delle professioni sanitarie con difficoltà rispetto al dialogo professionale con le altre figure che, a loro volta, finiscono per arroccarsi su posizioni autoreferenziali. Difficilmente questo problema di comunicazione interna può risolversi autonomamente per buona volontà delle persone, quindi occorre un approccio tecnico all’integrazione e l’individuazione di un soggetto preposto a un’attività di facilitatore. Questo soggetto è secondo noi il “Responsabile di Nucleo”

- Quanto incide la motivazione sulla qualità del lavoro svolto?
Inutile dire che la motivazione è il fulcro di qualunque leva dell’agire umano. Chi non crede in quello che fa produce risultati scarsi e se quello che fa è difficile e prevede la presenza di altri operatori che possono trovarsi in conflitto la motivazione diventa addirittura lo spartiacque tra l’agire per obiettivi e l’agire per compiti senza attenzione alla qualità. Senza integrazione non si può svolgere un buon lavoro assistenziale, ma non ci sarà alcuna integrazione senza motivazione

- Quali gli spunti usciti dal Convegno per mettere realmente l’operatore al centro?
Molti, ma uno è sembrato a tutti fondamentale: lo svolgimento dell’attività di un responsabile di nucleo deve sempre tener conto della condivisione del gruppo o, per dirla con le parole di una Responsabile che ha relazionato: “bisogna avere sempre un piede dentro al gruppo” ed esser propositivi a aperti abbandonando quegli elementi di stile che allontanano dai propri collaboratori.
L’esito positivo e il gradimento dimostrato rispetto a questi temi ci stimola a continuare verso nuovi e ulteriori approfondimenti che non mancheremo di proporre nelle prossime occasioni di pubblico confronto.

domenica 1 maggio 2011

Speciale Pte-Expo - Verona 24/25 maggio

“Ora che le stime parlano di un ulteriore aumento, nei prossimi decenni, dei Grandi vecchi non è più possibile continuare lungo la strada della diffidenza, dell’inerzia e della paura. Servono politiche adatte…. Le risposte devono venire dalle  istituzioni e dalla società e richiedono la partecipazione di tutte le professioni che a diverso titolo gravitano intorno alla terza età.”

Questo  si legge in un  recente comunicato stampa (leggi) della Fondazione ZANCAN  e questo l’associazione ANOSS condivide pienamente.
Non si limita a una condivisione ideale ma si fa parte attiva per promuovere riflessione e studio sugli argomenti determinanti. Al Pte di Verona l'associazione si presenta prima di tutto con una giornata dedicata al welfare che verrà dal titolo "Diritto all'assistenza e compatibilità economica. Verso quale welfare?" Il convegno verrà aperto con una suggestione proposta da Mariena Scassellati Sforzolini Galetti, Presidente de La Bottega del Possibile intitolata Vorremmo piantare un albero, per farlo crescere dopo di noi. Abbiamo ritenuto che sia indispensabile creare un'atmosfera diversa rispetto ai soliti convegni. vogliamo studiare con competenza e rigore gli argomenti determinanti della qualità e del controllo per garantire programmazione e miglioramento ma lo vogliamo fare dopo aver creato la consapevolezza che questo studio non ha solo un  significato tecnico, ma è prima di tutto lo sviluppo di un principio etico che prende corpo con tutta la sua forza ed evidenza solo se ci si avvicina con un po' di emozione.
Alla prolusione di Mariena seguiranno dunque due interventi tecnici sviluppati da Alessandro Battistella e Maria Mongardi a cui è dato il compito vero e proprio di approfondimento sui temi tecnici dell'assistenza. Il primo più propriamente sulle questioni di programmazione e controllo in generale  e la seconda sul tema dell'audit clinico. Seguirà un dibattito con cui si cercherà un coinvolgimento favorito dalla presenza di alcuni qualificati interventi programmati. Marina Generali, manager cremonese che ha gestito e gestisce una  RSA dopo un'esperienza manageriale in ASL, Guido Gaggioli, Presidente di ANASTE Emilia Romagna, Alberto Alberani, responsabile coop sociali di Emilia Romagna, Paolo Spolaore, piemontese e presidente cooperativa ASSO. Si è ritenuto fondamentale raccogliere le opinioni di operatori responsabili di diversa provenienza geografica e di diversa estrazione professionale per cercare al meglio di comporre il complesso mosaico a cui i partecipanti potranno aggiungere tessere importanti coi loro interventi. Il convegno si terrà il 24 maggio nel centro Congressi della Fiera di Verona nella Sala Rossa.



Il giorno dopo, 25 maggio, l'attenzione si sposterà sugli operatori con un convegno riferito al "Responsabile di nucleo" che per la centralità del suo ruolo attrae su di sè ogni elemento che determini la qualità di vita degli utenti dei servizi e degli operatori tutti. Un personaggio chiave nell'organizzazione che verrà descritto, commentato e proposto da un gruppo di lavoro sperimentato (Pisaroni, Fermi e Negri) che porteranno a tutti la loro esperienza di conduzione di lunghe battaglie fatte insieme per la miglior risposta alla domanda di qualità che l'utenza incessantemente propone e incrementa.


Seguirà una relazione tecnica di Marina Vanzetta, nota docente  nel settore e autrice di testi che offrirà un taglio interpretativo dei problemi dell'integrazione professionale partendo da problemi pratici. Anche in questa giornata non abbiamo voluto far mancare un angolo di informazioni e suggestioni, così due esperti docenti, Silvio Torchio e Letizia Espanoli, parleranno del carico fisico del lavoro di assistenza e .. del carico psicologico. Anche questa giornata che non mancherà di sorprese e contributi estemporanei, si concluderà con un dibattito a cui sono stati invitati Alberto Araldi e Irene Bruno  in quanto, il primo direttore del personale di una grande cooperativa e la seconda direttore di un'azienda privata di gestione di servizi assistenziali. 
ANOSS presso il suo stand in fiera, da informazioni sulle prossime attività di studio e formative dell'associazione e offre un momento di relax agli operatori che si presentano.





giovedì 21 aprile 2011

Buona Pasqua!!

Non ho mai amato le frasi fatte e i luoghi comuni.
Dunque non voglio augurare buona pasqua così semplicemente senza coglierne un significato che in qualche modo sia collegato alla realtà attuale.
Oggi, più che mai, la questione dei popoli in fuga entra nelle nostre case con tutta la sua drammaticità, ma, pur essendo invasi da una quantità imponente di “messaggi” di ogni tipo, le coscienze sembrano essere immunizzate di fronte alla disperazione della guerra e dell’esodo della gente.
La “pietas” come la chiamavano i latini, che porta l’uomo al rispetto del prossimo, sembra non esistere più, come se fosse sostituita e neutralizzata dal desiderio, mai del tutto appagato, di rincorrere i beni e servizi giornalmente proposti e imposti dai media al solo scopo di arricchire una parte e garantire all’altra un appagamento che molto sollecita gli animi, ma che in sostanza è fittizio e ipocrita.
Le immagini stesse che ci pervengono quasi con una sorta di freddo distacco non hanno la forza di catapultarci nella dimensione reale del luogo in cui vengono registrate ma, in realtà ce ne allontanano, distratti come siamo dal nostro contingente e dalle nostre paure. Prima fra tutte che possa mai esistere una minaccia alla nostra sicurezza. Così la difesa del nostro benessere materiale estromette alcune ragioni etiche e ci condanna all’indifferenza.
Un’indifferenza generalizzata che comporta una mancanza di partecipazione e di interesse per il bene comune alla lunga potrebbe annientare le già deboli relazioni che alimentano la promozione sociale. Ma l’indifferenza ci relega all’individualismo, modifica e riduce i sentimenti e le passioni, non fa più distinguere tra bene e male né ci aiuta a formarci un’opinione personale su ciò che è bene o male. Così tutto scorre sotto i nostri occhi come se fosse un film e l’unico sentimento che alimenta è la paura.
Si può citare Charlie Chaplin, un grande autore del '900, in un film che tutti dovrebbero rivedere: Il Grande Dittatore. il film è stato presentato nel 1940 e racconta di un povero ebreo perseguitato che per uno strano gioco del destino si trova nel ruolo del Grande Dittatore e alla fine deve fare un discorso improvvisato davanti a una folla immensa. Di questo discorso un significativo stralcio: ”…  vorrei aiutare tutti, ebrei, ariani, uomini neri e bianchi, tutti noi dovremo aiutarci sempre, dovremo soltanto godere della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi, la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell'odio, ci ha condotti a passo d'oca a fare le cose più abbiette, abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi.  (…) La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la scienza ci ha trasformato in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi, pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza, senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto. Voi, il popolo avete la forza di creare la macchina, la forza di creare la felicità, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera, di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi in nome della democrazia uniamo questa forza, uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore, che dia a tutti gli uomini lavoro, ai giovani un futuro, ai vecchi la sicurezza.”
Così, per chiudere questi auguri, proviamo a riflettere sulle parole del grande Chaplin: ai giovani un futuro e ai vecchi la sicurezza! 
Questo pensiero può aiutarci a passare (fare pasqua) da una sconfortante indifferenza a un desiderio nuovo di partecipazione, un passaggio che non disturba la coscienza di nessuno né toglie valore alla tradizione cristiana.
Buona Pasqua!!