sabato 6 novembre 2010

Il Punto - Evitare il 2012

Se c’è una cosa che balza all’occhio facendo un primo rapido consuntivo del “Forum della non autosufficienza” a cui ho partecipato a Bologna è che nulla è come sembra. Questo perché tutto il variegato mondo degli operatori del sociosanitario ancora sta camminando nella via che negli anni scorsi è stata disegnata e poi anche, parzialmente, realizzata ma questa via sta per essere drammaticamente sconvolta e sta per essere ingoiata in una voragine come accade nella fine del mondo prospettata dal film 2012. Certo non sarà la fine del mondo materiale ma la fine di quel mondo a cui abbiamo creduto fin’ora si, lo sarà!

Come potranno i nostri controllori regionali presentarsi candidamente a chiedere determinati livelli di qualità dei servizi se nessuno li potrà realizzare con le risorse date?

Come faranno i responsabili regionali a guardare in faccia ai gestori quando consegneranno le norme dell’accreditamento mentre con l’altra mano porgeranno l’amaro calice dei tagli finanziari?


E chi potrà ancora credere nella programmazione locale se il fondo per la non autosufficienza non sarà mai sufficiente a coprire il fabbisogno numericamente crescente!?


I primi ad andare in crisi saranno proprio i componenti dell’apparato di offerta dei servizi, cioè i gestori, ma in senso lato, ovvero non i soli responsabili, bensì l’intero apparato produttivo. Ad uno ad uno, dal vertice alla base prenderanno coscienza che, per qualche ragione inesplicabile, non si può più andare avanti come prima. Per qualcuno sarà prendere atto di una realtà senza capirne le cause, anche perché chi queste cause già fin d’ora conosce si guarda bene dal diffonderle, e per qualcun altro, più avveduto o semplicemente più informato, sarà un momento di dolorosa conferma di un timore che già da tempo aleggiava.

Per la verità fin’ora avevo pensato che il secondo decennio del nuovo secolo avrebbe visto il crollo delle gestioni pubbliche a favore delle organizzazioni private profit e non profit, con una certa prevalenza di queste ultime per alcuni presupposti ideali e culturali. Oggi ho qualche dubbio in più: nessuno al mondo è sufficientemente attrezzato per compiere miracoli, quindi alle regole attuali nessuno, ne pubblico né privato potrà farcela. Certo tra le due tipologie organizzative non c’è dubbio che quella privata ha qualche possibilità in più, ma non così come le cose sono organizzate oggi. Sarà interessante studiare in futuro le reazioni del variegato mondo dei servizi a questo stato di cose; cioè sarà ionteressante vedere come si comporteranno i gestori al momento in si concretizzeranno le previsioni catastrofiche. Il sistema pubblico, già farraginoso per sua impostazione storica, sovraccaricato di fardelli burocratici e fiscali, non potrà che cedere e cadrà per volontà stessa dei comuni. Una specie di eutanasia del gestore pubblico per impossibilità da parte dei suoi soci fondatori di mantenerlo. I produttori privati, a quel punto, benché dotati di maggior efficienza/efficacia non potranno comunque coprire il fabbisogno se non offrendo un calo di qualità per i clienti dei posti accreditati e una segmentazione di livelli di qualità per i posti liberi che dovranno essere previsti in sempre maggior numero. Come dicevo chi potrà mai credere alla programmazione locale se mancano i soldi per sostenerla? La programmazione non servirà a molto e ci penseranno le regole di mercato.

Mercato come soluzione: non è una bestemmia, è la presa d’atto di una realtà. Pensare che il problema si possa risolvere con una visione di retroguardia basata sulla ripresa di metodi fai da te familistici mi sembra un grave errore di prospettiva che non tiene conto delle condizioni delle famiglie (Famiglie non numerose, lavoro precario, donne che comunque e giustamente non rinunciano a un ruolo professionale, famiglie mononucleari con pensioni minime, redditi insufficienti rispetto ai costi della vita e altre varie amenità…) ma non tiene conto neanche del fatto che le “badanti” oltre a continuare ad essere poco professionali sono anche molto care quando “messe in regola”.

Non potrà non aver spazio la struttura che offre un servizio sufficiente – l’utilitaria dei servizi se mi si consente un paragone automobilistico – un servizio che assicuri il rispetto di requisiti minimi accettati dal mercato. E sarebbe già una buona soluzione: guardate come sono le utilitarie di oggi, sono delle ottime macchine!

Già sono delle ottime macchine per due ragioni: hanno goduto di un notevole sviluppo tecnologico e il regime di concorrenza ha favorito gli investimenti sulla qualità tesi alla conquista di fette crescenti di consenso da parte di un pubblico consapevole.

Ecco la parola chiave: la clientela deve essere consapevole perché la concorrenza tra produttori (pubblici o privati poco importa) possa far crescere davvero la qualità e le garanzie per i consumatori. Ma nel nostro mondo questa consapevolezza non c’è.

Se ci sta a cuore il futuro dei nostri servizi (anche perché in un futuro più o meno lontano sono questi i servizi che, ci piaccia o no, ci dovranno interessare per forza) è da qui che dobbiamo cominciare: diffondere la conoscenza del problema e sollecitare qualunque forma di approfondimento e di miglioramento della cultura specifica rivolta a tutti i cittadini. A tutti perché tutti i cittadini vanno verso questo futuro ed è bene che sappiano meglio organizzare l’aspettativa per loro stessi e per i loro cari.

Se non ci organizziamo dal basso succede come nel film 2012. Chi sa si organizza e risolve il problema per sé e pochi altri con l’appoggio di pochi soggetti finanziariamente potenti e gli altri .. affondano!

1 commento:

casamia ha detto...

Sono d'accordo, le valutazioni di dapero non sono un'esagerazione. Chi ha concepito i meccanismi dell'accreditamente lo ha fatto senza accompagnare il percorso con un minimo di proiezione e di preventivo sugli effetti reali che il processo andrà ad innescare e sulle risorse disponibili.