domenica 3 aprile 2011

La legge 328: una riforma mancata o un’opportunità da incrementare.

La legge 328: una riforma mancata o un’opportunità da incrementare.
Torino, 23 marzo 2011

La Bottega del Possibile, nell’ambito di un’ampia azione di formazione e di divulgazione ha organizzato questa giornata di studio e approfondimento.
I lavori coordinati da Salvatore Rao, vicepresidente de “La bottega del Possibile” hanno preso avvio con una prolusione della Presidente dell’associazione Mariena Scassellati Sforzolini Galetti che ha avuto il pregio di emozionare con ciò predisponendo tutti a una maggior attenzione.
Nell’introduzione Rao pone l’accento sul rischio di un’involuzione che non porta a un nuovo modello di welfare ma rischia di avviarci ad un ritorno all’assistenzialismo.. dice che non si può rinunciare a promuovere il cambiamento anche perché un nuovo welfare è funzionale anche all’implementazione di un auspicabile modello di sviluppo. Afferma che la 328 ha messo in agenda una nuova attenzione al territorio a cui viene dato un compito ricostruttivo e oggi questo assume una maggiore importanza visto che  si va verso il federalismo municipale. Definisce la 328 un argine per contrastare la destrutturazione delle politiche sociali perché rappresenta ancora un impianto motivante..
Presenta i due relatori Nerina Dirindin e Cristiano Gori la prima per una carrellata storica della legge fino alle difficoltà di oggi e il secondo per fare il punto sulla situazione attuale del welfare italiano.
Stare zitti non va bene! Esordisce la Dirindin! L’Italia  vanta una lunga storia di buone leggi non applicate! Un esempio per tutti: la legge di riforma della sanità che passa in Parlamento con voto quasi unanime, vota contro solo  il PLI, poi, poco tempo dopo  il ministero viene Assegnato ad un ministro liberale.
Ora comunque la situazione ci impone di considerare i contenuti  e di riconoscere nell’affermazione dei “Livelli Essenziali” la questione principale. Bisogna assicurare il cosa, il come e a chi erogare affinché sia chiaro che ciò che viene dato alle persone non è carità ma diritto.
Riferendosi al libro bianco del welfare del ministro Sacconi la Dirindin ricorda che chiude invocando la carità e giudica questo molto negativo. Operativamente oggi vengono previsti molti trasferimenti monetari e pochi servizi, ma di fronte alla “solitudine” a che vale un “bonus”?
La relatrice pone inoltre l’accento su un elenco di difficoltà di cui sottolineiamo come particolarmente rilevanti:
  • debolezza delle Amministrazioni Pubbliche
  • frammentazione delle responsabilità
  • instabilità politica
  • diffusa incultura che considera il welfare semplicemente una spesa
  • mancata definizione dei livelli essenziali
  • disponibilità finanziarie inadeguate e indisponibilità di servizi
  • integrazione socio-sanitaria troppo faticosa, per autoreferenzialità anche e ancor più del sociale

Occorre trovare il gli strumenti per alzare la voce.
 Bisogna essere ambiziosi e affermare:
  • che  welfare è un fatto di coesione e sviluppo e, se ci crediamo, non è un costo da contenere
  • che bisogna privilegiare i servizi rispetto ai trasferimenti
  • che bisogna dare valore al lavoro di cura perché è uno dei lavori più importanti
  • che bisogna valorizzarlo con la formazione
  • che bisogna passare da un concetto assistenzialistico al riconoscimento di diritti
  • che bisogna, infine, ridare valore alla vecchiaia combattendo la diffusione di quell’immagine di giovanilismo forzato e di consumatore che viene sempre più attribuita all’uomo.
In conclusione la Dirindin auspica l’avvento di un sistema organizzato di diffusione di queste idee, perché, dice, “ se alziamo la voce in modo isolato non possiamo sperare che gli amministratori pubblici ci ascoltino”
Dopo la Dirindin prende la parola Cristiano Gori  il quale esordisce ricordando che ci sono analogie tra le politiche per i non auto, per la prima infanzia, per la povertà e la disoccupazione. Certo riconosce tuttavia l’evidenza che il fondo per le politiche sociali è in calo mentre è in crescita la spesa per le indennità di accompagnamento. In realtà quindi la spesa per il sociale è in crescita, ma il punto cruciale è il modello. È il contrario di quello che si sperava, c’è un incremento della spesa pubblica in uno schema familista. Per l’indennità di accompagnamento non c’è una scheda di valutazione nazionale e così sono stati chiesti e ottenuti soldi semplicemente per pagare le badanti. Nel 2012 si vedranno gravi effetti per i tagli e ciò farà si che il problema del welfare diventi interessante per l’opinione pubblica. Il sociale non ha forza e manca un sistema di rappresentanza; il Governo parte con tagli lineari e si ferma dove trova resistenza.
Remo Siza apre il suo intervento affermando che tutto deve essere fatto risalire al “dualismo del welfare italiano”. L’effetto di u progeto dipende fortemente dal contesto, dipende dalle caratteristiche del programma,dal comportamento degli esecutori e dalla reazione dei gruppi.. tornando al dualismo del welfare: da un lato un programma statale con eccesso di trasferimento monetario frammentato e dall’altro accesso universalistico sulla base di bisogni. C’è tra questi atteggiamenti un conflitto sotterraneo e il welfare viene “tirato” da una parte o dall’altra. Ricorda che gli interventi sociale “creano dipendenza” è necessario  sviluppare la capacità autonoma e il senso di responsabilità. Il problema va risolto e se la sussidiarietà si attiva si può anche avere un welfare leggero senza bisogno dell’intervento pubblico.
Questi gli interventi dei tre docenti che hanno relazionato al convegno nelle parti che più mi hanno colpito.

lunedì 14 marzo 2011

Alla ricerca del welfare

L’Organizzazione mondiale della sanità ha dato un messaggio interessante sul tema della salute degli anziani. “ Invecchiare è un privilegio e una meta della società. È anche una sfida che ha un impatto su tutti gli aspetti della società del XXI secolo”. Già adesso in Europa, come in altre regioni ricche del mondo, una persona su cinque ha più di 60 anni, ma in Italia la situazione è anche più rilevante. In Italia un quinto della popolazione ha più di 65 anni, cioè ha superato la soglia dell’età lavorativa ed entra a far parte della schiera, in continuo aumento, dei soggetti che si trovano in situazione di dipendenza.

Trend popolazione: Struttura % per età
Indice di dipendenza
ANNO
0-14
15-64
65 +
85 +
%
1990
16,80
68,50
14,70
1,20
21,46
2010
14,00
65,50
20,50
2,80
31,30
2020
13,10
63,70
23,20
3,90
36,42
2030
12,20
60,80
27,00
4,70
44,41
2040
12,40
55,60
32,00
5,80
57,55
2050
12,70
53,70
33,60
7,80
62,57
Nella tabella riprodotta a fianco  si possono vedere le proiezioni della struttura per età della popolazione così come risultano da un’estrapolazione di dati pubblicati dall’ISTAT[1].  Questi dati sollecitano l’apertura di diversi fronti di ricerca e di studio. Prima di tutto dobbiamo domandarci cosa accadrà da un punto di vista dell’equilibrio tra la produzione di reddito e la spesa in generale, essendo evidente che si tratta di un equilibrio molto difficile in questa situazione, ma si dovrà anche pensare a soluzioni che attengono all’ampio panorama della prevenzione.
L’indice di dipendenza[2] degli anziani propone un trend che non è esagerato definire spaventoso: oggi c’è un indice pari a 31 ma nel 2050, non così lontano in fondo, sarà esattamente raddoppiato, infatti, oggi c’è un anziano ogni cinque persone mentre alla metà del secolo che stiamo vivendo ce ne sarà uno su tre!
L’aumento del numero degli anziani è un argomento che acquisterà sempre maggiore importanza nella nostra compagine sociale, tra l’altro per il fatto che questa sorta di rivoluzione demografica che stiamo vivendo comporta un considerevole aumento del carico di importanti malattie come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative come tumori, malattie polmonari ed altre. Ciò porta ad una conseguenza fondamentale riassumibile semplicemente nel concetto di aumento della pressione sul sistema sanitario. Tale pressione aumenterà inesorabilmente provocando un aggravamento dello squilibrio in termini economici e finanziari già presente per una crisi mondiale che, al di là di facili ottimismi, è ben lungi dall’arrestarsi e rischia addirittura di diventare più grave col pericolo, oggi non teorico, di trovarsi di fronte a un conflitto armato. Basta riflettere sulle conseguenze possibili della crisi socio-politica dei paesi del Maghreb e dell’impennata a cui stiamo assistendo del costo dell’energia.
Dunque che possiamo fare? Certo non è in nostro potere risolvere i conflitti internazionali e gli andamenti del costo del barile; per questo – speriamo – ci penseranno i Governi. Possiamo fare comunque molto: in primo luogo possiamo studiare i problemi e diffondere le informazioni. La popolazione dovrebbe sapere, per esempio, che esistono connessioni rilevanti tra il costo dell’energia e il welfare. Se non si assume un nuovo grado di consapevolezza, l’unica conseguenza che un responsabile del budget familiare si aspetta di risolvere è la quadratura del bilancio mensile che, al limite, per effetto della crisi, non riuscirà più a fare se non riducendo qualche consumo. In particolare, visto che aumenta il costo dei carburanti, si potrà pensare che basti rinunciare a qualche giro in macchina.. invece no, si dovrà mettere in conto anche una riduzione della qualità della vita dal punto di vista dei servizi sociosanitari. Basta abbandonare per un attimo la logica del contingente per capire che la riduzione dei consumi per effetto della crisi comporta, anche in valore assoluto oltre che in rapporto alla domanda, livelli decrescenti di disponibilità finanziaria per lo Stato e per gli enti pubblici con conseguenze evidenti non nell’immediato ma nel medio termine. Ad una contrazione della disponibilità finanziaria non potrà che corrispondere una contrazione della spesa e sarà ben difficile mantenere sempre al di fuori di questo schema la sanità in generale e ancor più l’assistenza agli anziani. L’intervento pubblico diventerà di conseguenza via via sempre più selettivo per affrontare il già difficile problema dell’aumento del numero dei potenziali utenti di servizi.
È necessario fare in modo, poi, che ogni cittadino responsabile non voglia pensare che la cosa non lo riguarda, magari perché è giovane. Prima di tutto perché anche ai giovani può capitare di aver bisogno di servizi di tale natura e, in generale, perché non si deve dimenticare “per chi suona la campana?” Non ci sono dubbi, infatti, che quando sentiamo i rintocchi di un grave pericolo, dobbiamo ricordarci che la campana preannuncia un guaio che riguarda tutti! Qui e ora ci sono certi problemi che riguardano magari solo alcuni, nel tempo gli stessi problemi riguardano anche tutti gli altri, o prima o poi. Nessuno di noi ha la ricetta per vivere in perfetta salute fino al giorno prima di andarsene e nessuno ha la ricetta per non invecchiare.
Abbiamo percorso un lungo periodo di oltre 5 decenni in cui la vita si è allungata e la qualità è cresciuta e adesso ci sembra lecito aspettarsi che tutto continui così, magari senza crescita, ma almeno con il mantenimento di un certo livello di qualità. Ma non è così. Come si può illuderci che in un futuro, dove, se va bene le risorse sono le stesse, si potrà avere la stessa qualità nei servizi a fronte di un aumento del numero degli anziani e di un allungamento di quella fase della vita in cui i costi sanitari sono maggiori? Da qualche parte lo Stato dovrà tagliare e non è illogico immaginare che, se nulla cambia, sia inevitabile tagliare anche in questo ambito.
Per evitarlo ci vuole una specie di rivoluzione culturale che, partendo dal basso, implichi non solo il disagio e la scontentezza di un gran numero di persone ma anche una loro corretta informazione. Senza informazione sui pericoli che sta correndo nessuno si deciderà a compiere tale rivoluzione che dovrebbe consistere nella nascita di una nuova capacità dei cittadini di fare selezione del personale politico. Importante è comprendere che, se stiamo tutti fermi, con l’attuale trend di concentrazione della ricchezza, il futuro vedrà che per alcuni non sarà un problema garantirsi una vecchiaia agiata e con tutti i confort mentre per altri, molti altri, sarà impossibile avere ciò che gli anziani di oggi stanno ricevendo normalmente.
Di certo non dovremo imbracciare i fucili e andare a Roma, ma dovremo assecondare una rivoluzione della cultura che ci porti a scegliere i nuovi sindaci sapendo perché li scegliamo. Dovremo fin da subito prepararci ad essere interlocutori e non semplici spettatori del sistema politico per scegliere consapevolmente e per conferire agli eletti un mandato preciso sull’ottimizzazione dell’impiego delle risorse per il welfare.
Dovremmo imparare anche a non farci illudere dagli slogan. Ad esempio, se parliamo di federalismo, non dimentichiamo che nel settore del welfare è necessario garantire maggiori fondi alle regioni magari, se non c’è altro modo, riducendo davvero l’attività dello Stato in questo settore. Con il sistema attuale, che vede una netta prevalenza dello Stato, non abbiamo altro che pensioni e assegni con i quali si continuerà – ma fino a quando? – a pagare servizi a domicilio di dubbia qualità e fuori da ogni controllo tecnico e anche a volte fuori dalla legalità.
Non che lo Stato o chi per esso (regioni o comuni) debba aumentare la produzione diretta dei servizi, perché ciò porterebbe probabilmente ad aumentare lo spreco di risorse. Lo Stato deve assicurare il controllo dei produttori dei servizi affinché questi facciano il meglio possibile con le risorse date. Lo Stato deve pretendere molto ed esercitare un controllo efficace. L’affermazione che solo il pubblico utilizza tutte le risorse per il servizio e quindi è da preferire è una vecchia favola che dobbiamo far decadere al più presto. Il sistema organizzativo dell’ente pubblico non è strutturato per gestire efficacemente le aziende di produzione e chissà quando lo potrà essere. Oggi quindi l’opinione a cui sembra doversi opportunamente affidare è che possiamo aspettarci buoni servizi più da un’azienda privata (profit o non profit) che da un’azienda pubblica. Naturalmente ciò sarà tanto vero in quanto i produttori saranno sottoposti a controlli efficaci, perché in mancanza, ovviamente l’occasione di facili guadagli potrebbe influenzare chiunque.
Dunque una corretta informazione ai cittadini sarebbe dovuta affinché possano imparare a selezionare i loro governanti in un’ottica attenta non semplicemente ai bisogni dell’oggi, ma al divenire del welfare. Così si può cominciare a sperare in un futuro migliore, un futuro a cui offriremo ulteriori possibilità se sapremo istaurare un nuovo regime di prevenzione. È noto a tutti che l’invecchiamento della popolazione è accompagnato da un grande aumento di alcune malattie con conseguente carico sul sistema sanitario, quindi, deve diventare prassi comune occuparsene in anticipo. Le malattie croniche impongono alla popolazione anziana un peso elevato in termini economici e di salute a causa proprio della lunga durata di queste malattie, della diminuzione della qualità della vita e dei costi per le cure.
Sebbene il rischio di malattie aumenti con l’età, i problemi di salute non sono necessariamente una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Infatti se per molte di queste patologie non si conoscono misure preventive efficaci, per altre invece già sono note come il sano stile di vita che include una regolare attività fisica, una sana alimentazione evitando il fumo. Si deve considerare, inoltre, che le misure di prevenzione includono anche indagini cliniche per la diagnosi precoce di molte malattie gravi.
Si tratta anche in questo caso di fare un’opera culturale di notevole portata per la quale è richiesto l’impegno del Governo che assume il compito di indirizzare la popolazione, non semplicemente con degli spot di “Pubblicità Progresso” ma offrendo incentivi a chi promuove le regole di una vita sana e a chi diffonde la cultura del controllo preventivo. Facilitazioni fiscali a chi offre cheek up sanitari, esenzioni fiscali alle aziende che seguono una strategia pubblicitaria con questo fine, obbligo alle televisioni di dare spazi pubblicitari a minor costo a chi fa pubblicità con questo fine in modo evidente.
La ricetta di una possibile cura ai mali del welfare che verrà è una razionalizzazione dei servizi accompagnata da un miglioramento delle condizioni di informazione e prevenzione dei cittadini.



[2] Gli anziani vivono grazie ai redditi prodotti dai giovani ovvero dipendono da loro, così l’indice di dipendenza è il rapporto percentuale tra il numero degli anziani e il numero delle persone tra i 15 e i 64 anni. Diverso è l’indice di dipendenza totale che è dato dal rapporto di anziani e giovanissimi con i componenti delle classi di età 15-64.

venerdì 11 marzo 2011

Accesso ai servizi di welfare: siamo cittadini o sudditi?

Comincia un novo anno ed è già il secondo del secondo decennio di questo nuovo secolo che di delusioni al nostro mondo, il mondo dell’assistenza anziani intendo, ne ha già portate un buon numero. Usando una citazione da cinefilo, ben nota agli appassionati di fantascienza, l’uomo nuovo tornando dalle stelle vede i mali che affliggono la Terra e, sentendosi dubbioso e quasi impotente, pensò che avrebbe fatto qualcosa..! Anche noi come l’interprete del celebre 2001 di Kubrik, di fronte ai mali che affliggono l’assistenza, dobbiamo scrollarci di dosso il senso di disagio e anche se ci sentiamo dubbiosi e quasi sempre impotenti dobbiamo comunque decidere di fare qualcosa!
Prima di fare, però, è bene analizzare la situazione di partenza, perché, è ovvio, non si va da nessuna parte se neanche si sa da dove si parte.
Si parte da un’analisi di mercato che vede un’estrema confusione tra domanda, offerta, controllo, prodotti e prezzi. In ogni mercato che si rispetti c’è una domanda potenziale o espressa da parte dei cittadini per un prodotto o servizio e c’è uno o, più opportunamente alcuni, fornitori che studiano e interpretano i bisogni offrendo i prodotti che meglio rispondono alle esigenze con un rapporto qualità prezzo ritenuto adeguato da un congruo numero di acquirenti. Quindi c’è una domanda e un’offerta, nonché un prodotto e un prezzo su cui avviene l’incontro da domanda e offerta in modo soddisfacente per le due parti le quali, inoltre, ognuna per i propri fini, esercitano il controllo di qualità. Naturalmente non tutto è così semplice; c’è, anche in questi casi, l’inserimento di qualche connotato etico e lo Stato stesso con apposite norme stabilisce a volte limiti insuperabili o magari obblighi sull’utilizzo di certe sostanze o certe tecniche industriali, sulle date di scadenza dei prodotti alimentari o sull’etichettatura. Ma anche altri attori introducono elementi etici: lo stesso produttore, a volte, sia pure semplicemente per conquistare i consumatori indecisi o perplessi, introduce forme di garanzia sui prodotti o, sempre più di frequente, sui processi ad esempio con le certificazioni ISO 9000.
Nel nostro caso invece? La situazione è sconfortante. La domanda è quasi sempre inespressa, infatti si rende esplicita nei momenti critici – e non sempre – ma è potenziale e latente anche prima di esplodere. Vista l’importanza della domanda inespressa si apre il problema di quale debba essere l’ente che la definisce. Da un lato ci sono i produttori (che in una situazione di prodotto o servizio non assistenziale sarebbero gli unici ad agire) e dall’altro c’è lo Stato, ovviamente anche e soprattutto nelle sue declinazioni territoriali. A rigore dovrebbe essere solo l’ente politico ad accollarsi l’onere dell’interpretazione per evidenti motivi di etica pubblica, ma non è così. Troppo spesso nelle attività di analisi dei bisogni viene fatta una pura e semplice fotografia dell’esistente ovvero si certifica come “domanda” ciò che è oggi ”l’offerta” contravvenendo in sostanza al proprio dovere di fare le scelte.
Come confusione d’inizio non c’è male! In questo modo si mantiene uno schema che privilegia i prodotti esistenti e le strutture di offerta che di fatto sono gli unici interpreti dei bisogni, certificati poi dall’ente pubblico che chiuderà così un processo negativo e autoreferenziale. Nel sistema domanda/offerta, in generale, può essere che sia il produttore ad interpretare la domanda, anzi, è quasi sempre così, ma c’è un contro-bilanciamento nel potere di scelta da parte dei consumatori. Potere di scelta che nel nostro caso non c’è, sia perché quasi sempre gli enti erogatori lavorano in regime di oligopolio sia perché il sistema dei controlli stabilito dallo Stato e dalle Regioni non favorisce la concorrenza con conseguente assenza di stimoli a fare ricerca nei campi strategici della qualità e dell’economicità di gestione.
Il secondo punto negativo quindi è il sistema dei controlli. Autorizzazione al funzionamento e accreditamento non sono due facce della stessa medaglia sono proprio la stessa cosa con due diversi gradi di rilevanza giuridica e di conseguenza commerciale. Con l’autorizzazione al funzionamento si certifica la possibilità tecnica degli enti a produrre ed erogare un determinato servizio socio-assistenziale e con l’accreditamento si stabilisce quali possono ricevere l’incarico pubblico di produrre, ovvero quali produrranno accedendo ai benefici economici pubblici. Gli accreditati saranno privilegiati potendo offrire il prodotto ad un prezzo contenuto in quanto abbattuto dal contributo pubblico. Andrebbe bene se non fosse che i fornitori , vengono accreditati per un numero di posti pari a quelli necessari o meglio semplicemente pari a quanti le risorse consentono di pagare. Ognuno difenderà il proprio accreditamento con i denti, con buona pace del diritto di scelta dei cittadini e dei benefici sulla qualità portati dai sistemi produttivi che prevedono la concorrenza. È vero, non tutte le regioni hanno legiferato in modo così rigido, qualcuna non lo ha fatto e almeno in parte qualche elemento di favore alla concorrenza c’è, ma almeno per ora questa sembra la linea più seguita dalle regioni.
Per gli altri prodotto o servizi i prezzi son un elemento importante, che discrimina, che evidenzia la qualità, che scopre ed evidenzia segmenti di mercato. Nel mercato dei servizi sociali la segmentazione è praticamente vietata per legge perché siccome siamo tutti uguali dobbiamo tutti ricevere un uguale servizio. Ma chi garantisce questa uguaglianza? E poi, che senso ha? Siamo tutti così diversi! Siamo gratificati ognuno da motivi diversi, ci emozioniamo per sfumature.. ma come si fa a prevedere le sfumature? Perché non lasciamo che sia la scelta individuale a decidere dove andare a spendere i soldi propri e dell’ente accreditante? Questa è una prima conclusione che sorge proprio dal cuore. Perché temiamo che gli utenti o i decisori non possiedano le capacità necessarie per valutare la qualità di un servizio socio-assistenziale? Pensiamo che sia più facile, o indifferente sotto il profilo etico, compiere valutazioni sulla validità di un’offerta commerciale complessa come quella di un superstore o di un autlet o di un gestore televisivo? Eppure li nessuno si scandalizza: il cliente è il re, si dice, ma in realtà è un suddito! Nel nostro caso invece, siccome il prodotto è intangibile e frutto di una lavorazione tecnica delicata (e quello televisivo?) il cliente deve essere protetto dalla sua ignoranza, così è di nuovo suddito!!
Si tratta di scelte politiche, quindi non possiamo fare molto se non denunciare le incongruenze che vediamo e proporre delle linee alternative.
Prima di tutto bisogna chiedere che le responsabilità siano precisamente individuate e distinte. Gli organismi politici hanno due precise responsabilità: quella di accertare la dimensione e la tipologia della domanda e quella di certificare la qualità dei servizi. Le leggi attuali questo dicono, il problema è che gli enti non lo fanno o non fanno solo questo o se si, spesso lo fanno male.
I componenti della tecnostruttura dei comuni devono andare a scuola di marketing e letteralmente “buttare nel cestino” i manuali amministrativo-burocratici coi quali si sono riempiti la testa per oltre un secolo e coi quali, al massimo, hanno imparato a salvarsi da errori amministrativi sempre possibili o, qualche volta, dalle accuse penali. Certo buttare questi manuali è difficile in un contesto dove sembrano l’unica verità e dove i vertici politici e i superiori per grado mostrano di crederci ancora. Come faccio ad evolvermi e diventare “l’uomo nuovo” post-moderno se i miei capi ragionano con la mentalità che si è affermata e ha sostenuto il pubblico e la nazione intera per tutto il secolo scorso? Eppure bisogna farlo. Bisogna che i sindaci comincino a far delle cose nuove sennò anche l’introduzione del federalismo, che sembra l’unica riforma possibile di questa epoca storica, non servirà a niente. Non servirà a cambiare l’Italia ma solo, se mi passate la battuta, a trasformarla, con un regionalismo a “Macchia di Gattopardo”.
Perché non ci prova il sindaco di Firenze? È il sindaco più popolare d’Italia, è uno che, da sinistra, ha avuto il coraggio di dichiararsi d’accordo con Marchionne, quindi ha capito dove sta andando il mondo, ed è capo di un comune importante in una regione di grande tradizione sui servizi. Dunque è l’uomo giusto, anche perché, non essendo schierato nell’area dei conservatori, non verrebbe pregiudizialmente accusato dall’area politica progressista, molto attenta, almeno nelle oded
Accept: application/xml,apdei servizi sociosanitari.
A parte questo, ma l’invito a Matteo Renzi ha comunque un senso, ciò che si deve fare è semplice (a dirsi): si deve formare un nuovo staff dei servizi sociali del comune. Nuovo per cultura e giovane per esperienza. Le vecchie esperienze non servono a niente, quindi il nuovo staff deve essere davvero nuovo per l’ambiente sociale. Per garantire le conoscenze tecniche si dovrà fare un’opportuna e mirata formazione ai nuovi, ma bisogna togliere il potere a quanti lo hanno rimescolato fin’ora. Questa è l’unica strada per vedere dei Piani di Zona che, dimenticando lo storico, formulino delle previsioni di volta in volta adeguate alla realtà sulla base dell’evoluzione demografica e delle previsioni epidemiologiche. Piani di Zona che tengano davvero conto, senza disperdersi in parole, dei dati numerici che consentono di leggere i bisogni. Non parole, numeri! Nei Piani di Zona deve essere chiara la eventuale discrasia tra domanda e offerta quindi, sempre per numeri, deve essere evidenziato cosa manca cosicché gli imprenditori del settore capiscano quali prodotti mettere in campo.
E poi la qualità! La garanzia deve essere data dal comune che è responsabile di autorizzazione al funzionamento e accreditamento. Per queste attività deve utilizzare funzionari propri scelti con modalità nuove ai quali deve essere fatta formazione perché diventino dei certificatori di qualità. In alternativa deve affidarsi ad agenzie esterne dotate del necessario know how in materia di qualità e di servizi. Indispensabile in ogni caso però è la conoscenza degli strumenti della certificazione di qualità (tipo ISO 9000) perché è un modo di trattare i problemi che copre universalmente le esigenze di qualità di qualsiasi fornitura. Naturalmente tali caratteri devono essere declinati in modo corretto rispetto all’ambiente socio-sanitario, ma ciò sarà reso possibile dai funzionari comunali che, anche con l’attuale formazione, offrono le necessarie garanzie.
Si è detto più volte che il pubblico deve mantenere una parte, anche piccola, di produzione per sapere in proprio quali sono i problemi, per capire e per conoscere direttamente le tecniche di produzione. Non sono mai stato completamente d’accordo con questa tesi e ora sono del tutto contrario, visti i disastri economici di molti enti. Non è rilevante che il pubblico sappia produrre, mentre è indispensabile che sappia controllare. Per questo in ogni caso i comuni devono avviare alcuni dipendenti di buon livello ad una formazione sull’auditing[1] e far acquisire loro la qualifica di certificatori di qualità. Tale nuova competenza sarà utile per scegliere i gestori di servizio e per controllarne la qualità attraverso l’esame dei loro processi produttivi.
Le modalità di controllo non devono esser burocratiche, quindi i funzionari comunali addetti, laddove è possibile, devono esser riqualificati come certificatori. La cultura è un passo importante, che si accompagna, però, al grande problema dell’indipendenza del certificatore. A tale proposito, quindi, altro passo determinante è la rottura del vecchio schema ancor oggi evidentemente imperante (troppo spesso i fatti di cronaca ce lo dimostrano impietosamente) per il quale le assunzioni e le carriere negli enti pubblici si fanno per interessi di partito o addirittura di famiglia. La crisi spazzerà via il nepotismo e le corruttele? Forse, ma non sembra ancora maturo il momento, per cui pur con tutti i limiti è preferibile un certificatore esterno.
I controlli di qualità che spettano ai comuni devono essere svolti secondo le norme dell’audit di qualità, ma queste si aggiungono e non sostituiscono le norme giuridiche. È chiaro che non possono, ovviamente, essere disattese le leggi e i regolamenti dello Stato e delle Regioni, quindi è su queste norme che dobbiamo porre l’attenzione. A parte lo Stato che regolamenta la materia in termini molto generali e quindi non determina difficoltà, occorre una nuova linea culturale nella produzione legislativa e regolamentare delle regioni.
La regione deve dire solo quali sono le caratteristiche e i requisiti che ogni fornitore deve possedere per essere accreditato, ma non deve porre altri limiti. Se l’autorizzazione al funzionamento è il riconoscimento del possesso del minimo, i requisiti per l’accreditamento devono essere definiti e studiati soprattutto in modo diverso. I requisiti minimi possono essere accertati anche con un metodi di controllo burocratico. Una chek list che verifichi la presenza degli stessi e niente più; mentre l’accreditamento riguarderà non lo stato di fatto ma la condizione operativa e culturale dell’organizzazione. Se il primo è un controllo burocratico il secondo è un audit. Un controllo che deve essere uno strumento, non ispettivo punitivo, ma finalizzato al miglioramento. Se per qualità di un servizio si intende la sua capacità di soddisfare i bisogni dagli utenti secondo le tecniche migliori del momento e in rapporto alle risorse, l’audit avrà un esito positivo e l’ente erogatore potrà essere accreditato o mantenere l’accreditamento se potrà garantire tre livelli di capacità. In primis l’uso efficiente delle risorse poi la crescita e l’aggiornamento professionale per un miglioramento continuo della performance e infine la soddisfazione dell’utente.
Tra autorizzazione e accreditamento non ci deve essere un rapporto simile a un gradino. Se hai 100 sei autorizzato, se hai 120 sei accreditato. Per essere accreditato devi avere 100 di partenza e devi avere una struttura interna di controllo e sviluppo che garantisca l’autocontrollo di qualità e la filosofia del miglioramento continuo che non si verifica con accertamenti semplici sul possesso o meno di elementi materiali, bensì sulla verifica costante della capacità di effettuare audit interni col fine di migliorarsi sotto tutti gli aspetti della qualità compresa l’efficienza e l’efficacia della gestione.
L’auspicio è avere verificatori indipendenti dotati di quella cultura nuova del controllo che a tutt’oggi sembra del tutto assente nell’apparato pubblico italiano.



[1] Auditing: controllo di un sistema, effettuato in modo tale da permettere di confrontare le attività svolte sul sistema analizzato con le politiche e le procedure stabilite al fine di determinare la loro conformità, suggerendo eventualmente l'opportunità di introdurre delle migliorie.

venerdì 14 gennaio 2011

Analisi preliminare su un welfare in difficoltà

Usando una citazione da cinefilo, ben nota agli appassionati di fantascienza, l’uomo nuovo tornando dalle stelle vede i mali che affliggono la Terra e, sentendosi dubbioso e quasi impotente, pensò che avrebbe fatto qualcosa..! Anche noi come l’interprete del celebre 2001 di Kubrik, di fronte ai mali che affliggono l’assistenza, dobbiamo scrollarci di dosso il senso di disagio e anche se ci sentiamo dubbiosi e quasi sempre impotenti dobbiamo comunque decidere di fare qualcosa!


Prima di fare, però, è bene analizzare la situazione di partenza, perché, è ovvio, non si va da nessuna parte se neanche si sa da dove si parte.

Si parte da un’analisi di mercato che vede un’estrema confusione tra domanda, offerta, controllo, prodotti e prezzi. In ogni mercato che si rispetti c’è una domanda potenziale o espressa da parte dei cittadini per un prodotto o servizio e c’è uno o, più opportunamente alcuni, fornitori che studiano e interpretano i bisogni offrendo i prodotti che meglio rispondono alle esigenze con un rapporto qualità prezzo ritenuto adeguato da un congruo numero di acquirenti.
Nel nostro caso invece? La situazione è sconfortante. La domanda è quasi sempre inespressa, quindi a rigore dovrebbe essere solo l’ente politico ad accollarsi l’onere dell’interpretazione per evidenti motivi di etica pubblica, ma non è così. Troppo spesso nelle attività di analisi dei bisogni viene fatta una pura e semplice fotografia dell’esistente ovvero si certifica come “domanda” ciò che è oggi ”l’offerta” contravvenendo in sostanza al proprio dovere di fare le scelte.


Come confusione d’inizio non c’è male!
 
Per leggere tutto l'articolo clicca sul link
dapero articoli completi: Welfare in difficoltà. Un'analisi preliminare

lunedì 10 gennaio 2011

Il Punto (31 dicembre 2010)

Cosa faremo nel 2011


Alla fine di ogni anno ci ritroviamo a fare consuntivi e proponimenti.
Ebbene, non ci sottraiamo alla tradizione infatti nella news letter di fine anno ci sono immagini e contenuti dei momenti salienti del 2010.
Resta da dire che cosa ci aspettiamo nell’anno nuovo. Non molto se non da noi stessi. Guai se ci fermiamo ad spettare che qualcuno ci dica bravo o ci dia indicazioni! Guai se ci lamentiamo e basta. Possiamo lamentarci, si, ma soprattutto possiamo fare qualcosa.
In un grande film di Cubrik (2001 odissea nello spazio) l’uomo nuovo che torna sulla terra vedendo i mali che l’affliggono capisce che deve intervenire e ..”pensò che avrebbe fatto qualcosa!” Queste sono le parole che oggi ci possono ispirare: pensare che il nostro compito è “fare qualcosa”!!

La crisi economica e di valori che stiamo attraversando non è di sicuro lo sfondo ideale per riforme della politica del welfare in senso favorevole al nostro settore e purtroppo è a tal punto evidente lo stato di confusione normativa che difficilmente potranno essere efficacemente attuate anche delle semplici azione applicative di norme già varate.

E allora che fare?

Ci dobbiamo rimboccare le maniche! E soprattutto dobbiamo spremerci per scoprire quante risorse sono nascoste dentro di noi!!

Vi rimando al video che l’associazione ANOSS ha realizzato dal titolo “L’alba del nuovo giorno”. In questo video c’è un breve intervento di una OSS che parla della gratificazione. Dice quali sono gli elementi che la gratificano nel suo lavoro e conclude che, in ogni modo, la gratificazione dobbiamo trovarla dentro di noi, perché “nessuno davvero te la può dare se non ce l’hai dentro di te!

Allora, anche da questo si capisce, che dobbiamo rinunciare al sogno di un welfare tutto preordinato e schematico con un progetto e una pianificazione dall’alto e dobbiamo farci parte attiva e innovativa.

Nel 2011 l’associazione ANOSS continuerà a promuovere studio e ricerca sul “Welfare che verrà”. La programmazione ANOSS Sez. Emilia Romagna prevede la prosecuzione della linea dei convegni accompagnati dall’introduzione di veri e proprio eventi formativi tesi soprattutto alla qualità del lavoro, alla motivazione e all’integrazione professionale.

La seconda linea di attività sarà nella valorizzazione degli studi scientifici e le comunicazioni esperienziali attraverso convegni di presentazione di libri e interviste registrate e comunicate con youtube.

Infine, da ultimo, ma primo per importanza, introdurremo attività divulgativa verso l’utenza con convegni rivolti ad associazioni e cittadini per rendere noto ciò che la politica tende a non far vedere. Lo Stato ha risolto con una delega alle Regioni e queste stanno facendo scelte confuse e spesso contraddittorie. Così svolgeremo un ruolo di promozione sociale; questo, nel 2011 è il nostro proposito di “fare qualcosa..!” Buon anno, Buon anno a tutti !!! 

mercoledì 24 novembre 2010

EMOZIONI D’ISTANTI

EMOZIONI D’ISTANTI

Cremona – 19 novembre 2010-11-19

Appunti da un intervento di Luca Nave
(Docente presso la Università Pontificia Salesiana) Master in consueling filosofico

Eudaimonia non si traduce semplicemente con felicità, ma il termine indica una situazione di ben essere in senso globale a partire dalla salute fisica e mentale.

Zenone diceva che spesso gli uomini sono infelici perché non sanno cos’è la felicità. (meglio cercare un ago in un pagliaio – almeno sai cos’è che cerchi- che cercare la felicità senza saper cosa sia.)

Alla domanda cos’è il benessere viene in mente la risposta di Sant Agostino alla domanda cos’è il tempo. A questa domanda Agostino rispondeva: “se non me lo chiedi lo so!” Si può concludere che la filosofia non offre certezze, essa è l’arte del domandare. Ma noi abbiamo bisogna anche di risposte.

Ma ci può essere una definizione esaustiva del benessere? Vediamo dai vocabolari
• Buona condizione di salute (DeAgostini)
• Stato di soddisfazione interiore – equilibrio psicofisico – agiatezza (Zanichelli)
• Stato armonico di salute – forza fisica e morale – prosperità (Devoto - Oli)
Difficile trovare una definizione!

Esiste una relazione dialettica tra salute e benessere (Quando c’è la salute c’è tutto!)
La medicina positivista afferma: “la salute è il silenzio degli organi” o ancora “è assenza di malattia”. Affermazioni che hanno resistito sino alla metà del secolo scorso e che sono state superate con la definizione di salute data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1948. “La salute è uno stato di perfetto benessere fisico, mentale e sociale” quindi la medicina da bio-tecno-scientifico-sperimentale diventa scienza bio-psico-sociale (G.L. Engel) (1) .

Da medicina quale “lotta alle malattie” a medicina del “benessere”. Non si tratta di abbandonare la medicina scientifica ma si parla di “medicina narrativa” fondata su prove di efficacia legate anche a scienze della comunicazione e sociologiche.(2)

In una clinica di Torino è stata fondata una sperimentazione denominata “Angolo delle storie” dove casi clinici complessi vengono affrontati da punti di vista diversi anche per consigliare ai parenti come raggiungere una cura completa. Si ricupera così un’antica alleanza tra medicina e filosofia per una comune lotta al “pathos” per la salute del corpo e dell’anima.

EUDAIMONIA (Eu = buon +daimon=demone) fa riferimento ai due concetti (corpo e anima). “La fioritura della vita umana che implica un’attività costante, un divenire, un fare di sé qualcosa di compiuto” (Martha Nussbaum). Condizione per l’eudaimonia è la “CURA” (Nell’accezione della lingua latina) Cura come premure, preoccupazione.

CURA ≠ TERAPIA. CURA come conceto ampio: di sé, degli altri, del mondo

EUDAIMONIA non è uno stato ma una dinamica concezione ideale.  Riguarda la globalità dell’essere umano. Insieme di bene (etica) ed essere

L’intervento si è concluso con una citazione di Socrate. “ Conosci te stesso. Una vita non esaminata non è degna di essere vissuta”
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(1)George L. Engel “The need for a new medical model: a challenge for biomedicine” Science - 1977Per leggere l’articolo di Engel: http://www.scribd.com/doc/12780697/Articolo-George-Engel-Science-1977-Nuovo-Modello-Medicina-Traduzione-italiana-Albasi-Clerici
(2)Critica: il fallibilismo della medicina può favorire lo sviluppo di medicine alternative

venerdì 12 novembre 2010

Nuovi scenari in ambito socio - sanitario:la formazione quale opportunità di crescita e miglioramento

La complessità: nuovi scenari in ambito socio sanitario
(Un saggio di Giuliana Masera)


Dietro la sfida del globale e del complesso si nasconde un’altra sfida , quella dell’espansione incontrollata del sapere. La conoscenza è conoscenza solo in quanto organizzazione, solo in quanto messa in relazione e in contesto delle informazioni . Con queste parole il sociologo francese Edgard Morin descrive gli elementi che caratterizzano oggi la complessità dei saperi .

Il problema universale per ogni cittadino del nuovo millennio è costituito per il sociologo dal seguente quesito: Come acquisire l’accesso alle informazioni sul mondo e come acquisire la possibilità di articolarle e organizzarle? Come percepire e concepire il Contesto, il Globale (la relazione tutto/parti), il multidimensionale, il complesso? Per Morin vi è un’inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra, da una parte, i nostri saperi disgiunti, frazionati compartimentali e, dall’altra, realtà o problemi sempre più polidisciplinari, trasversali, multidimensionali transnazionali globali,planetari .


Per leggere il saggio per intero clicca sul link:

http://issuu.com/anoss-dapero/docs/namedb57d4_20101112_151326?viewMode=magazine

Il saggio è diponibile in formato PDF.

leggete!

giovedì 11 novembre 2010

Estratto della relazione presentata al Workshop di Bologna 4 nov. 2010

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Presentazione



Il workshop studia i problemi connessi al diritto all’assistenza con riguardo alla qualità del servizio e una specifica attenzione per il tema della sostenibilità economica. Si tratta di mettere a fuoco il difficile rapporto tra un diritto, sancito dalle leggi - sempre confermato nelle norme regionali- e le risorse disponibili. Il quadro di riferimento mette in evidenza un forte elemento di contrasto tra il dato relativo ai bisogni - in crescita - e il monte risorse – proporzionalmente decrescente - in ragione anche della crisi economica che colpisce tutti i settori dell’economia.


La situazione impone di razionalizzare la spesa e di salvare la qualità dell’assistenza per una vita dignitosa degli anziani non autosufficienti e induce all’analisi del problema centrale: risorse insufficienti per un obiettivo alto. È l’eterno problema delle risorse scarse, che investe per definizione tutte le gestioni del mondo, che, declinato nel nostro settore e nel nostro tempo, presenta peculiarità non comuni e poco studiate o forse poco comunicate al grande pubblico degli operatori e stakeholders.

Per leggere l'intero articolo  clicca sul link http://daperoarticolicompleti.blogspot.com/2010/11/qualita-e-sostenibilita-un-po-di-dati.html

Leggete!!

Il concetto di sostenibilità applicato all'assistenza socio sanitario

Nell’articolo si considerano le fondamenta su cui si costruisce la 833 in particolare l’articolo 32 della Costituzione italiana. La legge 833 prende forma e viene deliberata in un momento storico particolare della Italia e dell’Europa e i principi su cui si fonda si ispirano al concetto di Welfare state ; si considerano in particolare i principi dell’ universalità, dell'eguaglianza e dell'equità di accesso alle prestazioni e ai servizi. L’invecchiamento demografico e la composizione di una società sempre più multiculturale stanno interrogando a fondo questo tipo di impostazione. Si affronta quindi il principio di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria sviluppato da Daniel Callahn bioeticista americano : la realizzazione di tale approccio si accompagna necessariamente allo sviluppo di una maggiore responsabilità individuale nei confronti della salute attribuendo a ciascuna persona parte della necessità di prendersi cura della propria persona.

Per leggere l'intero articolo clicca sul link:

Il concetto di sostenibilità applicato all’assistenza socio sanitaria - di Giuliana Masera

Leggi l'articolo!!

mercoledì 10 novembre 2010

Intervista a Letizia Espanoli

             Letizia Espanoli

Voglio ringraziare l'amica Letizia per la  sua disponibilità a per l'estrema flessibilità operativa.
Le ho inviato una domanda su come lei vede questo momento difficile e se sarà possibile mantenere alta la qualità dei servizi in una situazione di risorse scarse e forse anche decrescenti.
Mi ha risposto mandandomi questo video.
Il video è stato proiettato nell'ultimo workshop  condotto dall'associazione ANOSS al Forum sulla non autosufficienza che la Maggioli ha organizzato a Bologna il 3-4 novembre.
Cliccate sul video e aprite una riflessione sulle affermazioni di Letizia!

sabato 6 novembre 2010

Il Punto - Evitare il 2012

Se c’è una cosa che balza all’occhio facendo un primo rapido consuntivo del “Forum della non autosufficienza” a cui ho partecipato a Bologna è che nulla è come sembra. Questo perché tutto il variegato mondo degli operatori del sociosanitario ancora sta camminando nella via che negli anni scorsi è stata disegnata e poi anche, parzialmente, realizzata ma questa via sta per essere drammaticamente sconvolta e sta per essere ingoiata in una voragine come accade nella fine del mondo prospettata dal film 2012. Certo non sarà la fine del mondo materiale ma la fine di quel mondo a cui abbiamo creduto fin’ora si, lo sarà!

Come potranno i nostri controllori regionali presentarsi candidamente a chiedere determinati livelli di qualità dei servizi se nessuno li potrà realizzare con le risorse date?

Come faranno i responsabili regionali a guardare in faccia ai gestori quando consegneranno le norme dell’accreditamento mentre con l’altra mano porgeranno l’amaro calice dei tagli finanziari?


E chi potrà ancora credere nella programmazione locale se il fondo per la non autosufficienza non sarà mai sufficiente a coprire il fabbisogno numericamente crescente!?


I primi ad andare in crisi saranno proprio i componenti dell’apparato di offerta dei servizi, cioè i gestori, ma in senso lato, ovvero non i soli responsabili, bensì l’intero apparato produttivo. Ad uno ad uno, dal vertice alla base prenderanno coscienza che, per qualche ragione inesplicabile, non si può più andare avanti come prima. Per qualcuno sarà prendere atto di una realtà senza capirne le cause, anche perché chi queste cause già fin d’ora conosce si guarda bene dal diffonderle, e per qualcun altro, più avveduto o semplicemente più informato, sarà un momento di dolorosa conferma di un timore che già da tempo aleggiava.

Per la verità fin’ora avevo pensato che il secondo decennio del nuovo secolo avrebbe visto il crollo delle gestioni pubbliche a favore delle organizzazioni private profit e non profit, con una certa prevalenza di queste ultime per alcuni presupposti ideali e culturali. Oggi ho qualche dubbio in più: nessuno al mondo è sufficientemente attrezzato per compiere miracoli, quindi alle regole attuali nessuno, ne pubblico né privato potrà farcela. Certo tra le due tipologie organizzative non c’è dubbio che quella privata ha qualche possibilità in più, ma non così come le cose sono organizzate oggi. Sarà interessante studiare in futuro le reazioni del variegato mondo dei servizi a questo stato di cose; cioè sarà ionteressante vedere come si comporteranno i gestori al momento in si concretizzeranno le previsioni catastrofiche. Il sistema pubblico, già farraginoso per sua impostazione storica, sovraccaricato di fardelli burocratici e fiscali, non potrà che cedere e cadrà per volontà stessa dei comuni. Una specie di eutanasia del gestore pubblico per impossibilità da parte dei suoi soci fondatori di mantenerlo. I produttori privati, a quel punto, benché dotati di maggior efficienza/efficacia non potranno comunque coprire il fabbisogno se non offrendo un calo di qualità per i clienti dei posti accreditati e una segmentazione di livelli di qualità per i posti liberi che dovranno essere previsti in sempre maggior numero. Come dicevo chi potrà mai credere alla programmazione locale se mancano i soldi per sostenerla? La programmazione non servirà a molto e ci penseranno le regole di mercato.

Mercato come soluzione: non è una bestemmia, è la presa d’atto di una realtà. Pensare che il problema si possa risolvere con una visione di retroguardia basata sulla ripresa di metodi fai da te familistici mi sembra un grave errore di prospettiva che non tiene conto delle condizioni delle famiglie (Famiglie non numerose, lavoro precario, donne che comunque e giustamente non rinunciano a un ruolo professionale, famiglie mononucleari con pensioni minime, redditi insufficienti rispetto ai costi della vita e altre varie amenità…) ma non tiene conto neanche del fatto che le “badanti” oltre a continuare ad essere poco professionali sono anche molto care quando “messe in regola”.

Non potrà non aver spazio la struttura che offre un servizio sufficiente – l’utilitaria dei servizi se mi si consente un paragone automobilistico – un servizio che assicuri il rispetto di requisiti minimi accettati dal mercato. E sarebbe già una buona soluzione: guardate come sono le utilitarie di oggi, sono delle ottime macchine!

Già sono delle ottime macchine per due ragioni: hanno goduto di un notevole sviluppo tecnologico e il regime di concorrenza ha favorito gli investimenti sulla qualità tesi alla conquista di fette crescenti di consenso da parte di un pubblico consapevole.

Ecco la parola chiave: la clientela deve essere consapevole perché la concorrenza tra produttori (pubblici o privati poco importa) possa far crescere davvero la qualità e le garanzie per i consumatori. Ma nel nostro mondo questa consapevolezza non c’è.

Se ci sta a cuore il futuro dei nostri servizi (anche perché in un futuro più o meno lontano sono questi i servizi che, ci piaccia o no, ci dovranno interessare per forza) è da qui che dobbiamo cominciare: diffondere la conoscenza del problema e sollecitare qualunque forma di approfondimento e di miglioramento della cultura specifica rivolta a tutti i cittadini. A tutti perché tutti i cittadini vanno verso questo futuro ed è bene che sappiano meglio organizzare l’aspettativa per loro stessi e per i loro cari.

Se non ci organizziamo dal basso succede come nel film 2012. Chi sa si organizza e risolve il problema per sé e pochi altri con l’appoggio di pochi soggetti finanziariamente potenti e gli altri .. affondano!

lunedì 11 ottobre 2010

Spot registrato per pubblicizzare il convegno ANOSS del 4 nov. a Bologna

ANOSS - Renato Dapero


Buon giorno
L'associazione ANOSS partecipa al Foruma sulla non autosufficienza
con un workshop che si terrà al Savoia Hotel di Bologna
il prossimo 4 novembre alle due e mezza del pomeriggio.


Mi rivolgo a quelli che operano nel mondo soioassistenziale

Partecipate!
Parleremo di assistenza e sostenibilità.

L’eterno problema delle risorse scarse:
riguarda tutte le attività gestionali del mondo
e anche nel nostro settore è drammaticamente presente.

Con questo workshop
vogliamo combattere quella sensazione di disagio e di
confusione che a volte
 la normativa stessa ha contribuito ad incrementare.

Ce ne vogliamo accupare
perchè noi sappiamo
che dentro a questa “zona d’ombra”
vivono e lavorano
migliaia di operatori, a volte soddisfatti del loro lavoro,
ma  troppe volte frustrati
per quella sensazione di impotenza  che si prova di fronte a difficoltà che sembrano insuperabilid
quando le risorse appaiono inadeguate rispetto ad obiettivi giusti e desiderabili.

Parteciapate!
Ci sarà un confronto tra esperti
provenienti da realtà regionali diverse.
Sarà  un worksgop "diverso" che
con stile dinamico e multimediale
farà emergere non solo tecnica,
non solo emozioni,
ma soprattutto spunti aperti
per  una vera partecipazione attiva.
Insieme cercheremo
alcune risposte alle domande più inquietanti
che oggi affliggono  Amministratori,
dirigenti,
quadri e operatori tecnici
dei nostri servizi
ai vari livelli.

ASP
Aziende private e del privato sociale
aziende sanitarie e altre amministreazioni pubbliche
questi i destinatari previsti
dal nostro Workshop


Sarà un momento di apprendimento, ma soprattutto
di ricerca e confronto.
Sarà l’occasione per partecipare al
“convegno che mancava”.

Il più dinamico, il più approfondito....
ma non è tutto…

Partecipate: non vi daremo il tempo di annoiarvi!

Sarà multimediale!

Sarà veramente interattivo!

Sarà un’occasione unica!!

Arrivederci!
Arrivederci e a  BOLOGNA  il 4 novembre al  Savoia Hotel

lunedì 4 ottobre 2010

Non si può tacere! (Il Punto 04 ottobre 2010)

Non si può non dire la nostra di fronte a uno spettacolo di degrado della politica che non ha precedenti da mezzo secolo a questa parte. Quasi vent’anni fa ci siamo scandalizzati per Tangentopoli e Mani Pulite, ma oggi… beh oggi non ci si scandalizza più! E questo è il guaio, siamo assuefatti e solo pochi gridano nelle piazze, ma così facendo si mettono in evidenza in modo negativo, si squalificano da soli. Così è il trionfo della falsità e dell’ipocrisia, del populismo e del decadimento dello Stato di diritto.


Le responsabilità della politica sono enormi, ma quanti di noi sanno dire e fare qualcosa hanno il dovere di farlo. Hanno il dovere di esporsi e denunciare quello che non va e di battersi per cambiare.

Noi non possiamo chiedere agli uomini dei partiti di cambiare, primo perché non siamo organizzati e non ci ascolterebbero, ma poi, soprattutto, perché se anche riuscissimo a farci ascoltare non potrebbero cambiare proprio niente. La politica nelle sue varie formazioni ed espressioni è come un treno in corsa (Non un moderno “Freccia Rossa”, ma un merci carico di container dal contenuto ignoto) non veloce, certo, ma con una massa enorme e quindi con una irrefrenabile inerzia. Prima di vedere un cambiamento in modo naturale bisogna che il treno si fermi. Ma come potrà fermarsi se di giorno in giorno si accendono polemiche che alimentano confusione e antipatie e soprattutto stanchezza ed apatia nel popolo? È su questo che confidano per andare avanti: sull’apatia del popolo che alimentano con fervore ogni giorno, con una marea di sciocchezze distraenti.

Con questa situazione di fondo come possiamo aspettarci che il nostro settore abbia delle possibilità di maggiori investimenti? Soldi non ce ne sono molti anche perché questo strano tipo di democrazia che c’è in Italia costa molto, forse troppo per le garanzie che offre. Ci vorrebbe una democrazia … più democratica! I cittadini dovrebbero contare di più in ogni campo, ma anche e forse soprattutto nel mondo dell’assistenza socio-sanitaria. I politici, in fondo devono fare quello che vuole la maggioranza, il problema è che i cittadini vengono distratti dalla realtà e dai loro stessi diritti. Possibile che qualcuno possa far infervorare le piazze dicendo che dobbiamo liberarci dal rischio delle troppe intercettazioni telefoniche? Ma la massa dei cittadini, lavoratori onesti o disoccupati altrettanto onesti rischia forse di essere intercettata? E a quale scopo potrebbe mai succedere una cosa simile?!! Per sapere come stanno i figli o se la fidanzata di Tizio adesso si è innamorata di Caio? A chi potrebbe mai interessar spiare questo al punto da mettere in atto costose intercettazioni per un’azione puramente vouieristica e assolutamente lontana dalla probabilità di scoprire dei comportamenti illeciti. Si da il caso che la stragrande maggioranza non commette reati per poi parlarne al telefono la stragrande maggioranza è costituita da persone semplici che il più grande illecito che commettono è qualche infrazione automobilistica. Dunque questo è solo un esempio, ma serve appunto a dimostrare lo stato confusionale coatto in cui i cittadini vengono mantenuti da una politica sempre in campagna elettorale e sempre impegnata a fare comizi denigranti.

Lo scopo delle mie parole è quello di scuotere qualcuno dal torpore. Basta credere, basta limitarsi, come massima reazione a cambiare partito, così senza riflettere. Forse bisognerà anche cambiare partito ma quello che soprattutto oggi si deve fare è svegliarsi! Capire e farsi sentire.

Capire e farsi sentire è una necessità imprescindibile per gli utenti dei servizi e lo devono fare autonomamente o attraverso loro rappresentanti o tutori, ma è una necessità anche per i parenti e infine per i lavoratori del settore la cui immagine e stabilità può essere messa in crisi da una riduzione della qualità del lavoro nelle strutture e nei servizi in genere.

Qualche settimana fa, nell’ultimo “punto” ho sostenuto che possono essere trovate risorse se eliminiamo la corruzione, anche nelle nostre realtà e come corollario la creazione di una forma di autoregolamentazione dei lavoratori del settore. Ho parlato della possibilità di una riedizione di forme autoregolamentate paragonabili alle antiche corporazioni. Certo il passato non si ripropone così, semplicemente. Bisogna pensarci bene, ma una cosa è certa: la civile convivenza e lo sviluppo professionale richiedono regole certe che oggi lo Stato non è in gradi di dare e così come non ci da le regole neanche ci offre un esempio di luminosa onestà di comportamento da seguire. Quindi ci dobbiamo arrangiare. Dobbiamo crearci il substrato di cultura appropriato, dobbiamo attrarre le menti più giovani e far sentire che dentro di noi c’è una forza immensa che deve essere spesa per il bene comune ma che non può trovare il modo di esprimersi se non c’è una contropartita. La contropartita deve trovare coronamento in una miglior retribuzione (e qui si deve pensare come fare) ma anche in una miglior remunerazione in termini di soddisfazione umana e professionale.

Nessuno ci dirà mai “Bravo”. Lavoriamo nell’ombra e nell’ombra sono ben contenti di mantenerci. E allora da questa posizione scomoda e improduttiva dobbiamo reagire per il bene nostro e di chi da noi riceve i servizi.

La prima cosa è la consapevolezza. Uniamoci e lavorando al principio comune arriveremo, grazie alle nostre qualità di operatori ad essere riconosciuti e così affermeremo che la nostra presenza e valorizzazione sono indispensabili se vogliamo costruire un welfare migliore.

Dobbiamo continuare insieme ad approfondire questo tema.