martedì 31 gennaio 2012

Il torneo del PAI – Bozza di regolamento



L’idea
Al forum sulla non autosufficienza che si è tenuto a Bologna lo scorso novembre ANOSS ha presentato, tra l’altro, un workshop dal titolo “La Squadra”. Si è trattato della preparazione in diretta di un PAI, in sostanza una sorta di drammatizzazione  per mostrare al pubblico una possibile pista di lavoro nella stesura del PAI. Al termine della performance del team dell’Istituto Biazzi c’è stato un certo dibattito e si è manifestato un grande interesse a continuare nell’esperienza di svolgere in pubblico funzioni di questo genere che vedono in azione un gruppo affiatato. Così si è provato a buttar lì l’idea di fare un torneo, il “Torneo del PAI”. Si aggiunge l’idea competitiva per dare all’idea uno strumento di diffusione maggiore facendole assumere un connotato di progetto sportivo.
Vedi il video su you-tube
L’obiettivo principale è quello di mettere a punto uno strumento di benchmarking di facile utilizzo ed è chiaro, però, che come tutte le situazioni di confronto sportivo, per funzionare necessita di un regolamento. In mancanza non sarebbe agevole far valutazioni.
Proposta di regolamento
La squadre si confrontano sulla capacità di fare un PAI efficace su un caso nuovo proposto dalla squadra avversaria. In base alle decisioni già avviate, il torneo comincia a Perugia, prosegue a Volterra e a Bologna ad Exposanità e poi ancora dove sarà possibile fino al mese di ottobre
La finale a Bologna al forum di novembre
I punti salienti del regolamento del torneo sono:

  • ·         Le squadre in competizione si scambiano un caso a due a due
  • ·         Il format di redazione del caso deve essere stabilito e uguale per tutti
  • ·         La squadra realizza il PAI sul caso proposto dall’ avversaria con strumenti e metodi usuali
  • ·         A seguire l’altra squadra presenta il suo PAI realizzato con analoga tecnica
  • ·         La valutazione delle performance viene fatta da una terna arbitrale e dal pubblico
  • ·         Primo elemento di valutazione è  la validità degli strumenti tecnici utilizzati
  • ·         Il secondo è il loro utilizzo efficace
  • ·         La seconda valutazione ha un peso maggiore
  • ·         Il torneo è a punti e alla finale accedono le prime quattro
  • ·         La valutazione del pubblico sarà la media aritmetica dei loro voti in decimi espressi su bigliettini
  • ·         La valutazione degli arbitri sarà la media dei loro voti in decimi verrà espressa dopo quella popolare ma prima di conoscerne l’esito
  • ·         Il voto dato dagli arbitri sarà motivato

In sostanza al termine di ogni performance si procede alla valutazione popolare espressa in decimi con sms o con bigliettini di colore diverso per le due squadre,  e solo successivamente, ma prima di fare le somme, i tre arbitri dicono e motivano il loro voto cosicché non ci sono influenze reciproche tra i due gruppi di valutazione
Tanto per fare un esempio la squadra 1 usa strumenti sofisticati per la valutazione multidimensionale ma non coglie alcuni aspetti importanti per la vita della persona e il Pai che ne discende non valorizza appieno la persona. La valutazione sugli strumenti utilizzati deve quindi essere diminuita in considerazione dell’esito ottenuto. Viceversa quando l’approccio è buono anche se gli strumenti utilizzati sono poco strutturati sarà il buon voto per l’esito che viene ridotto per la scarsa strumentazione utilizzata. Ciò indica necessità di formazione tecnica.
Su questa proposta è aperta la discussione.
Grazie infinite per quanti vorranno dare la propria collaborazione in questa idea che rappresenta un’applicazione pratica del concetto del benchmarking spesso citato ma difficilmente realizzato nel nostro ambiente.

lunedì 30 gennaio 2012

Programma ANOSS 2012 - Perugia 31 maggio

Col primo incontro programmato per il 2012 ANOSS incomincia a sviluppare il suo programma secondo le linee definite dal Direttivo del 16 gennaio.
Un'importante manifestazione si terrà a Perugia il 31 di maggio con la collaborazionismo di Tena e di Softwareuno.
A Perugia ci sarà un Talk Show presentato da Renato Dapero con la collaborazione di Sabrina Belardinelli per approfondire in modo dinamico e interattivo le problematiche dell'accreditamento. Ciò sarà reso possibile dalla presenza di rappresentanti delle varie istanze coinvolte dall'attività dell'accreditamento con supporto di ricercatori, geriatri ed esperti di produzione dei servizi. L'ottica con cui si studia il problema è quella di  non perdere mai di vista le ricadute sull'organizzazione e sul personale operativo di tutte le scelte di strategia del welfare. Non possiamo mai dimenticare che il personale è il fattore di qualità più rilevante. Oltre al talk show ci sarà l'avvio del Torneo a squadre sul PAI con l'incontro di almeno 2 squadre. Si incontreranno in campo neutro in Italia Centrale una squadra del sud (Campobasso) e una del nord (Piacenza). Siamo certi che l'incontro, seguito da alcune performance artistiche, sarà di grande attrattiva   Il torneo proseguirà fino a novembre con altri eventi  già in parte programmati.
Pubblicheremo di volta in volta esiti e programmi.
Al momnto è possibile visionare un'anteprima dell'invito al convegno di Perugia 

Crisi del welfare, innovazione e quasi mercati

La crisi sembra allontanarci sempre più dal modello di welfare faticosamente costruito negli anni passati e appare sempre più necessaria un’azione di ristrutturazione a carattere generale. Il nostro specifico campo di interesse è quello della non autosufficienza che in questo periodo sollecita tutti a riflettere sul rapporto tra domanda e risorse che, se per definizione è sempre stato critico, oggi esplode per l’azione combinata di due trend che influenzano in modo determinante  il welfare. Da un lato il trend della domanda che cresce per numero e intensità di cure e dall’altro quello delle risorse pubbliche disponibili che tende addirittura a contrarsi, neanche a rimanere stazionario.
Questo fenomeno di interazione negativa può portare in tre direzioni possibili: una diminuzione della qualità dei servizi, un sostanziale mantenimento dei livelli qualitativi con aumento della quota dei costi a carico dell’utenza o l’accettazione di una più forte e finalizzata segmentazione del mercato dei servizi alla persona o del quasi-mercato come alcuni economisti amano definire.
Alle Regioni il grande onere di decidere la strada che vogliono seguire; e lo devono fare presto perché i problemi della crisi sono grandi e incalzanti. Si ha la sensazione che alla fine di questo 2012 da fine del mondo nulla sarà più come prima, ma con la massima fiducia nelle grandi capacità della nostra compagine umana, dobbiamo rinforzare alcune certezze. Aver fiducia vuol dire in questo caso essere consapevoli della necessità di cambiare e di accettare anche regole che non ci sembravano accettabili prima. I modelli dei “quasi mercati”, ad esempio, trovano applicazione nel settore del welfare proprio perché in questo settore svolgono le stesse funzioni alcune realtà private profit e non profit a fianco delle realtà pubbliche. Le realtà di diritto privato svolgono una funzione di pubblica utilità che può esser equiparata a quella degli attori pubblici e in un certo senso possono fungere da “correttori” rispetto al modello tradizionale in cui è il Pubblico ad occuparsi  dei bisogni sociosanitari. Anche il Privato profit ha cominciato un percorso evolutivo e non deve essere più considerato semplicemente  come ente basato sul puro utilitarismo ma tende ad affermare l’importanza della libera iniziativa privata nel soddisfacimento dell’interesse non solo proprio ma dell’intera comunità.
Il nuovo welfare, quindi, verrà costruito senza tener conto di distinzione tra fornitore pubblico e privato ma sulla base della sfida a chi meglio realizza e gestisce i “servizi di interesse generale”. Anche negli altri paesi del mondo occidentale si distingue tra interesse pubblico dei servizi e caratteristica pubblica o privata dei soggetti erogatori. Ineliminabile, nella nostra cultura, l’interesse pubblico dei servizi, ma il carattere pubblico o non profit del produttore non deve diventare un tabù. Farebbe solo male all’innovazione che deve esserci ed essere sostenuta fino alla nascita e accettazione del concetto di quasi mercato e delle nuove metodiche di segmentazione del mercato.
I quasi mercati devono essere intesi come strutture caratterizzate da alcuni elementi fondamentali. Compresenza di più produttori di natura pubblica o privata, profit o no-profit, all’interno di un sistema di regolazione pubblico che favorisca la libera scelta ma dia nello stesso tempo strumenti di sostegno ai cittadini sia per superare le asimmetrie informative sia per attenuare le conseguenze dei diversi livelli di censo.
Questa sembra una buona modalità di sviluppo della sussidiarietà orizzontale oltre che di un’ulteriore applicazione del concetto di liberalizzazione. Favorire la concorrenza, sia pur all’interno di un sistema regolamentato, è il primo passo per migliorare il rapporto qualità/costi.
Il sistema attuale non è omogeneo sul territorio nazionale e non tiene conto degli esempi di eccellenza che esistono in altre parti del mondo occidentale. È un sistema regolamentato con una normativa spesso eccessiva che frena e finisce per favorire l’autoreferenzialità anziché spingere al confronto e all’innovazione creando un mercato protetto e non un mercato semplicemente regolato. In questo modo si ottiene il risultato inverso rispetto a quello che stiamo cercando e la crisi non potrà che aggravare la situazione.
Si dice ormai da tempo che nella parola crisi c’è un duplice contenuto cioè un messaggio di preoccupazione ma anche un invito a cercare di vedere l’opportunità, e dove può risiedere l’opportunità se non nel cambiamento? 

Si veda in merito un precedente articolo (Dapero – Assistenza Anziani DIC 2008)
E anche il libro in formato esclusivamente e-book dell’On. Brunetta L’occasione della crisi

Rompiamo gli stereotipi, tutti: quelli che alimentano i pregiudizi sul Pubblico e sul Privato, quelli sugli strumenti di controllo e di comunicazione, sugli strumenti formativi e sugli obiettivi gestionali delle risorse scarse.


Abbattiamo i pregiudizi e liberiamo la nostra mente. 
Completamente rinnovati dentro, potremo capire cosa fare per superare la crisi !!
!

sabato 7 gennaio 2012

Intervento al convegno di Campobasso


Campobasso - Centro storico
ANOSS prosegue nell'impegno di diffondere in ogni regione il programma lanciato per il 2011 e intitolato il welfare che verrà. Lo scopo è quello di costruire le possibili strategie di miglioramento nei vari territori italiani, in realtà tutti diversi tra loro, con la collaborazione, indispensabile, degli operatori del posto.
Offriamo semplicemente un po’ di esperienza e gli strumenti necessari per dare coerenti risposte ai bisogni crescenti della popolazione anziana in un momento particolarmente difficile per la crisi che inevitabilmente viene a pesare sulla condizione di vita di coloro che hanno un minor grado di autonomia.
Per questo abbiamo una ragione in più per impegnarci nello sviluppo di nuova cultura che deve coinvolgere tutti avendo un particolare riguardo al personale operativo sulle cui braccia si trasferisce concretamente ogni difficoltà. L’operatore rappresenta anche il punto di contatto ineliminabile con l’utente del servizio ed è per questo che lo consideriamo il primo vero destinatario di ogni nostro studio e pensiero.


La motivazione del personale è il più significativo fattore di qualità, quindi prima di ogni altra cosa di questo ci vogliamo occupare senza scordarci di sollecitare le Istituzioni affinché comprendano e diano coerente sviluppo al loro ruolo prevalente che è quello di svolgere una corretta attività di programmazione e controllo per assicurare ai nostri servizi un orientamento sicuro verso un futuro non facile e che potrebbe spingere a derive non auspicabili sul tema della qualità o dei costi che si trasferiscono sui cittadini.



MOTIVAZIONE AL LAVORO
di Renato Dapero
Dunque, iniziando l’intervento è necessario fare le presentazioni: sono Renato Dapero e, quand’ero un giovane di belle speranze studiavo “legge” col dichiarato intento di fare l’avvocato. Davvero non avevo trascurato niente, gli esami complementari coerenti per chi voleva una carriera da penalista, la tesi di laurea in procedura penale: tutto per uno scopo evidente. Tutto faceva pensare che ero davvero convinto di fare l’avvocato, ma alla fine mi dedicai a tutt'altro. Probabilmente negli anni precedenti mi ero innamorato del personaggio di una popolare serie televisiva, quel Perry Mason che risolveva brillantemente i casi più incredibili.. chissà? Di fatto quando presi concretamente contatto con quel mondo mi accorsi entro pochi mesi che non faceva per me. Così mi sono lanciato in una rapida riconversione degli obiettivi e dopo un periodo di esperienza in aziende private finalmente l’approdo nei servizi sociali comunali e, per concludere, una lunga esperienza di direzione di una struttura protetta per anziani non autosufficienti. Le domande da porsi sono due: come mai non ho voluto fare l’avvocato dopo tutto l’impegno precedente? Cosa ha significato e come è stata la riconversione della mia attività e della mia cultura?
Non ho fatto l’avvocato perché dopo aver visto com’era concretamente il lavoro non mi sono sentito motivato a farlo. La motivazione dunque è stato l’elemento determinante. La motivazione, ovvero quella spinta interiore che porta ciascuno di noi ad impegnarsi per soddisfare un’esigenza. È una forza interna che stimola e sostiene e offre una regolazione alle nostre azioni. Esistono varie teorie e studi approfonditi sulla motivazione e tutti partono dalla considerazione che per agire ci debba essere un bisogno da soddisfare, dopo di che, avvenuto il primo passo, il fenomeno si riproduce in modo ciclico: dopo aver trovato i mezzi per soddisfare il bisogno ciascuno di noi fa una nuova valutazione riscoprendo inesorabilmente nuovi bisogni che ci impegniamo a soddisfare e così via. Ci fermiamo non quando abbiamo esaurito i bisogni ma quando gli strumenti offerti dal nostro lavoro, dalla nostra esperienza e, in una parola, dalla nostra vita non sono idonei a risolvere i bisogni che quel lavoro ci propone cioè quando tra noi e il lavoro sorge una sorta di non comunicabilità. Noi abbiamo dei bisogni, ma il lavoro che svolgiamo a sua volta ha dei bisogni. Tra questi due gruppi ci vuole affinità,  non devono essere sovrapponibili, ma devono mostrare una certa coerenza. La motivazione al lavoro si ha quindi quando è il lavoro stesso ad offrire a noi una motivazione per la nostra esistenza; se non è così l’interesse per il nostro lavoro cala e può anche scomparire del tutto. Ecco perché secondo me la motivazione al lavoro si trova dentro di noi e non può essere indotta dall’esterno. Dall’esterno si può dare qualche sollecitazione, qualche alimento, ma se il terreno interiore non è fertile nessuno potrà mai farci amare un lavoro.
Dunque decidere di fare o non fare un certo lavoro dipende esclusivamente dal grado di consapevolezza che uno riesce ad avere relativamente ai suoi principi, ai suoi gusti e ai suoi bisogni /desideri. Consapevolezza e fiducia in sé stessi, ma anche aver chiari i propri limiti soprattutto per ciò che riguarda le nostre emozioni e relativi effetti. Non si può sapere prima, almeno non si può saperlo con certezza. Bisogna sperimentare ma se un lavoro non presente caratteristiche consone ai nostri bisogni quel lavoro non fa per noi.
Clicca sulla slide per ingrandire
Ho letto recentemente un testo di Daniel Goleman[1] il quale sostiene che per svolgere bene un lavoro sono necessarie alcune competenze che appartengono a quella che lui definisce l’intelligenza emotiva e che si dimostrano più importanti del quoziente intellettivo e dell’esperienza. Per Goleman la “Competenza Emotiva” è formata da due gruppi che definisce  “Competenza personale” e “Competenza sociale” il tutto come meglio evidenziato nella tabella riportata a fianco. Facendo questa lettura mi sono reso conto di quanto è stata determinante nelle mie scelte la competenza emotiva e lo si riconosce bene nel racconto che ho appena fatto. Nel rifiutare di fatto il lavoro di avvocato ho applicato di sicuro i tre elementi che Goleman definisce della competenza personale. La consapevolezza e il riconoscimento dei limiti personali mi ha fatto cogliere la mia inadeguatezza verso il lavoro di avvocato e la fiducia in me stesso mi ha detto che potevo liberamente cercare altre strade. Atteggiamento aperto al nuovo e flessibilità mi hanno consentito di sperimentare, di iniziare un nuovo percorso, con flessibilità, ma senza buttare niente. Senza rimpianti e con ottimismo, vuol dire con la consapevolezza della possibilità di utilizzare in modo flessibile la cultura acquisita con le scuole e l’università declinandola a favore di attività professionali diverse da quella standard, appoggiandosi alla fiducia in sé stessi e all’ottimismo componente indispensabile per riuscire a continuare nel proprio percorso anche a fronte di momenti controversi o di vero e proprio insuccesso.
Così viene messa in luce la motivazione cioè quell’insieme di tendenze emotive che guidano e sostengono le scelte e facilitano il raggiungimento degli obiettivi. Goleman sostiene che l’aspetto economico non è sufficiente per sentirsi appagati e questo in sostanza ho risposto ai miei amici che mi criticavano per aver abbandonato la carriera di avvocato. Ho risposto loro che le sfide che mi poneva l’avvocatura non mi piacevano; mi interessava una vita con aspetti più creativi. Questo, più o meno consapevolmente, rispondevo ai miei amici e ciò molti anni prima che Goleman scrivesse i suoi testi che oggi mi consentono di capire meglio. 
La motivazione è determinata da tre abilità. La spinta alla realizzazione personale, l’impegno di condivisione degli obiettivi all’interno della missione di un’organizzazione e infine l’ottimismo che potremmo definire come la speranza di successo nonostante gli ostacoli. In sostanza il processo logico è questo: “mi voglio realizzare – all’interno di un’organizzazione – e credo che ce la farò!” il percorso sarà pieno di ostacoli, lo sappiamo, ma importante al fine di non cedere è attribuire gli insuccessi a circostanze controllabili e guardarsi bene dal viverli come personali fallimenti. In pratica si tratta di cercare rimedi, non di piangersi addosso.
Fin qui le competenze personali di cui tutti disponiamo in modo più o meno forte e che dobbiamo implementare con le nostre esperienze di vita professionale e non solo. Queste competenze, in modo inconsapevole mi hanno aiutato a scegliere e ad arrivare nel modo dell’assistenza.


Ora, senza riferimenti alle mie esperienze, parleremo sinteticamente di quelle che Goleman chiama “competenze sociali” e sono l’Empatia e le Abilità Sociali.
Empatia è uguale a capacità di mettersi nei panni degli altri cioè di comprenderne bisogni e desideri e, senza dimenticare i propri, aiutarli a risolvere i loro problemi. Essere attenti ai sentimenti degli altri e essere disposti all'aiuto, saper valorizzare e fare serena attività di critica quando necessaria. Saper valorizzare le diversità che non devono spaventare ma devono essere viste come opportunità di confronto e crescita.[2]
Le Abilità Sociali consistono nella capacità di trarre vantaggio dagli stati d’animo di diverse persone che si influenzano reciprocamente sapendo che i sentimenti positivi influenzano la lealtà e la cooperazione cioè le prestazioni di gruppo. Capacità di persuadere e di adeguare il proprio comportamento agli stati d’animo dell’altro sono i fattori portanti delle abilità sociali. Queste abilità creano consenso sulla base di una corretta comunicazione votata all’ascolto e all’invio di messaggi convincenti. Il risultato è che si crea una situazione di reciproca comprensione e un’atmosfera che permette di esprimere i problemi e così promuoverne la soluzione con conseguente sviluppo del gruppo.
Chi possiede queste caratteristiche è un leader naturale nel senso che riesce a dare ispirazione al gruppo e a suscitare entusiasmo verso ideali comuni. A questo leader non mancano capacità nella gestione dei conflitti e di negoziazione per risolvere momenti di crisi interpersonali.


Mi viene in mente un film tra i classici della Walt Disney: Alice nel paese delle meraviglie. In particolare la scena memorabile del momento in cui, persa la strada, compare lo Stregatto che con aria maliziosa dice “Perso qualcosa?” Alice risponde che si domanda quale sia la strada giusta e lo Stregatto : “dipende da dove vuoi andare..” e la risposta: “oh, non importa..” “Allora poco importa quale strada prendere..!!”[3]
In queste poche battute e in quelle successive in cui lo Stregatto indica in modo ambiguo la strada per ritrovare il Bianconiglio, si nasconde un grande insegnamento che non si allontana molto dall’insegnamento di Goleman. Dobbiamo avere consapevolezza di noi stessi, dei nostri limiti e dei nostri obiettivi e dobbiamo avere padronanza con un atteggiamento aperto verso le nuove idee con una buona capacità di tener sotto controllo le nostre emozioni e una certa dose di flessibilità nel comprendere la situazione e gestire l’evoluzione delle cose intorno a noi. Alice dice che non vuole andare in mezzo ai matti ma lo Stregatto l’avverte: “oh.. sono tutti matti qui e poi, a ben guardare, sono un po’ svanito anch’io”.
Il mondo che ci circonda non è sempre chiaramente comprensibile e le persone con cui abbiamo rapporti non sempre le comprendiamo perfettamente. Ed proprio in questi casi che la nostra motivazione fa la differenza. Se abbiamo una forte spinta a realizzarci all’interno di quello che facciamo avremo iniziativa e flessibilità e metteremo impegno nella misura necessaria senza mai perderci d’animo. Questo è un invito all’ottimismo: dobbiamo sempre cercare di perseguire gli obiettivi anche a fronte di ostacolo e insuccessi.
 “Sono tutti matti qui..!” Chissà quante volte l’avete detto anche voi. Quante volte avete pensato: “questo lavoro è un inferno..!” e forse qualche volta non siete riusciti a tener sotto controllo le vostre emozioni. In realtà bisogna  saper dominare sentimenti e impulsi e superare le sensazioni angosciose mantenendo lucidità  e concentrazione anche nei momenti in cui, giustamente o ingiustamente, ci si sente sotto pressione. 
Vi voglio ricordare un esempio, tra mille, tolto dalle mie precedenti esperienze. Una collaboratrice a un certo punto cominciò ad avere una sensazione di disagio verso la sua responsabile pensando più o meno così: “per ragioni che non conosco la mia responsabile ha attenzioni particolari verso le nuove assunte e in particolare.. verso.. quella… io, come le altre del resto, mi sento trascurata e il disagio aumenta… poi mi hanno assegnato a un reparto più difficile, più impegnativo (Forse non era vero, forse il lavoro in quel reparto richiedeva più esperienza e per quello lo hanno affidato a lei. Ma questo pensiero positivo, più semplice e risolutivo, non viene fuori dalla mente di quella collaboratrice e così dentro di lei trionfa l’emozione negativa). Ogni giorno di lavoro per lei cresce lo stress, forse anche la responsabile è sotto stress, ma non se ne rende conto e in fondo non gliene importa niente. Non sa e non vuole mettersi nei panni degli altri. Così agli stress normali del lavoro si sommano i problemi derivanti dai suoi pregiudizi sulla sua relazione personale con la responsabile. Di giorno in giorno la tensione sale finché la collaboratrice un bel giorno sbotta e risponde male. Così la spirale negativa che prima era tutta dentro di lei si manifesta all’esterno, si amplifica, coinvolge gli altri e porta i rapporti sempre più in giù. Nulla di inventato, è un passo preso dall’esperienza. Allora quando tutto  sembra perduto viene voglia di andarsene  e di cercare un’altra soluzione per la propria vita e per il lavoro… ma non è così facile. Subito la collaboratrice ha capito di essere tremendamente legata a questo lavoro. Aveva un mutuo, i figli che costano, che devono studiare e andare all’università, aveva anche qualche problemino col marito.. così così,  roba da poco, come tanti altri, sia chiaro, ma intanto voleva mantenere la sua indipendenza per avere libertà di giudizio e parità sostanziale. 
Dunque una piccola osservazione: vedete in quanti modi il lavoro permea la vita sia dentro che fuori le mura della sede del lavoro stesso. Alla fine il ragionamento giusto: “devo stare dove sono almeno per un certo tempo”
E ora una piccola analisi.
Perché non bisogna andarsene?: 
1° perché non bisogna “fuggire” da un posto, è la premessa per sbagliare, si finisce per accettare di tutto pur di andarsene e con ciò si retrocede o si butta tutto anche ciò che di buono si era fatto.. 
2° quando si è così stressati i colloqui si fanno male e si vende male la propria immagine con conseguente insuccesso per i posti migliori. 
Se non bisogna andarsene non bisogna neanche continuare a soffrire e quindi è necessario trovare il modo di interrompere la spirale negativa. Il lavoro in genere e ancor più il lavoro di cura richiedono uno stato mentale riposato e buoni rapporti con tutti, con gli utenti, i colleghi e capi. Se il mio stato psicologico è negativo non posso lavorare bene e creerò disagio all’utenza e reazioni negative da parte di tutti coloro che mi circondano compresi colleghi e capi. La morale da ricavare dal racconto è che dobbiamo privilegiare manifestazioni empatiche. Dobbiamo metterci nei panni di chi ci circonda anche quando ciò è difficile o ci sembra che i loro comportamenti siano incomprensibili. 
Sono tutti un po’ matti qui. 
Diciamolo pure, ma teniamo duro ricordando che… “forse… sono un po’ svanito anch’io!”







[1] Daniel Goleman – Stockton 1946 è uno psicologo statunitense. Laureato ad Harvard e specializzato in "psicologia clinica e sviluppo della personalità". L'opera più conosciuta di Goleman è Emotional Intelligence (Intelligenza emotiva) del 1995. In questo libro l'autore afferma, tra l'altro, che la conoscenza di se stessi, la persistenza e l’empatia sono elementi che nascono dall'intelligenza umana, e sono quelli che probabilmente influenzano maggiormente la vita dell'uomo.  (voce D. Goleman di wikipedia)

[2] Per una sintesi del libro di Goleman leggere la recensione di Anna Lisa Pani  al sito: http://www.corem.unisi.it/bibliografia/recensioni/rec_goleman_lavorare%20con.pdf 
[3] Per lo spezzone del film accedere a questo link http://youtu.be/eAZ94A4CEWo

sabato 17 dicembre 2011

Forum sulla non autosufficienza. L'intervento di Letizia Espanoli

L’intervista a Letizia
Anche a Letizia Espanoli sono state rivolte domande dal giornalista caporedattore del forum sulla crisi. Alla domanda di cosa ne pensasse dei riflessi sul welfare della crisi ha risposto con queste parole: “non sono d’accordo!” si è successivamente collegata a una citazione presa dalla scrittura e quindi dalla cultura cinese. 
Per i cinesi la parola “crisi” è una parola composta che viene espressa graficamente con due ideogrammi, il primo significa “pericolo”, il secondo “opportunità”[1]. Ciò se rapportato alla nostra realtà significa che oggi, per la crisi, siamo nelle condizioni di dover scrivere nuovi scenari e mai come ora tale condizione è stata una così impellente necessità. Le risorse economiche sono sempre state limitate e, ora più che mai, ci viene chiesto di reinventare modelli assistenziali. Letizia invita a ricordarsi delle infinite capacità insite nell’animo umano e quindi un OSS ha dentro di sé infinite capacità che spesso i modelli organizzativi finiscono per comprimere. Un OSS ha un cervello e un cuore e se questo entra nella progettazione dei servizi cogliamo la nostra “opportunità”. Sottolinea che bisogna ascoltare molto di più gli utenti perché non devono essere per noi la somma dei loro bisogni ma devono rappresentare la somma dei loro desideri. In sostanza Letizia Espanoli ha una visione un po’ più ottimistica e aggiunge che oggi il mondo socio-sanitario ha bisogno di nuovi responsabili di nuovi leader perché, tirar fuori il meglio dalle persone è oggi l’elemento più difficile. Ci vogliono nuovi responsabili, soprattutto nel middle management capaci di fare innamorare di nuovo del nostro lavoro tutti gli operatori. Per questo ovviamente ci vuole una visione chiara e una capacità forte di condividere le visioni
L’intervista si chiude infine con una domanda sullo yoga della risata sui benefici del quale non ci sono dubbi relativamente alla diminuzione dello stress, all’aumento della coesione nella squadra e all’aumento del sistema immunitario. Dobbiamo introdurre questo strumento nelle nostre RSA



[1] Si veda in merito un precedente articolo (Dapero – Assistenza Anziani DIC 2008)
E anche il libro in formato esclusivamente e-book dell’On. Brunetta L’occasione della crisi

martedì 6 dicembre 2011

ANOSS - La prima "missione" in Molise

Nell'ambito della sua politica di espansione territoriale ANOSS ha intrapreso da tempo alcune importanti iniziativa nel sud dì’Italia. Dopo aver fondato la sezione della Puglia si cerca ora di conoscere il Molise e difar conoscere in questa regione le potenzialità dell’associazione. Così grazie alla collaborazione di Nuova assistenza Elisir – Asilo senile “Argento Vivo” abbiamo progettato una giornata di incontro e formazione che collochiamo all’interno del programma lanciato per il 2011 e intitolato il welfare che verrà.
Il convegno formativo si svolgerà il giorno
13 dicembre 2011 con inizio alle ore 15,30

nella sala messa a disposizione da  
PALLADINO COMPANY 
via colle delle api 170 -Campobasso

ClicK qui per vedere il programma
In questo momento di incontro, studio e confronto intendiamo trattare le strategie di miglioramento e i relativi strumenti necessari per dare coerenti risposte ai bisogni crescenti della popolazione anziana in un momento di crisi economica che aggrava la condizione di vita degli anziani e rischia di demotivare gli operatori addetti.
Un punto di riferimento fondamentale è il personale operativo sulle cui braccia si trasferisce concretamente ogni difficoltà. Tuttavia rappresenta anche il punto di contatto ineliminabile con l’utente del servizio vero destinatario di ogni nostro studio e pensiero. La motivazione del personale è il più significativo fattore di qualità quindi prima di ogni altra cosa di questo ci vogliamo occupare. 

lunedì 5 dicembre 2011

Forum sulla non autosufficienza. Alcuni interventi


La lunga fila per accreditarsi al forum
A rischio di ripeterci dobbiamo ricordare che gli effetti della crisi sul welfare rischiano di far arretrare e di molto il bene-essere degli anziani e disabili di tutta Italia. Per questo è importante cogliere i messaggi che arrivano da tutte quelle attività che cercano di mettere a fuoco il problema. Il forum sulla non autosufficienza promosso dalla casa editrice Maggioli ormai giunto alla sua terza edizione si è confermato come evento di grande interesse e rappresenta ormai uno dei principali momenti di confronto e a livello generale costituisce una grande attrazione per i vari operatori del sociosanitario che vogliono incontrarsi per un approfondimento sui problemi del settore. Il numero dei soggetti non autosufficienti è in aumento così come è in aumento la richiesta di qualità nei servizi quindi è logica conseguenza che ci sia un gran numero di operatori nel settore e che i problemi che affliggono tutta la nazione, l’Europa e il mondo intero non possono non avere un riverbero importante creando una situazione di perplessità e di ricerca di risposte in assenza delle quali il rischio di una caduta dell’interesse e di conseguenza della qualità può divenire una conseguenza inevitabile.
Il welfare state in Italia è in crisi. A livello mediatico è di grande impatto la discussione sulle pensioni e sull’età pensionabile e così anche il taglio alla sanità tradotto in nuovi ticket, ma pochi sottolineano le gravi conseguenze che si abbatteranno sugli anziani e su tutti coloro in generale in una situazione di dipendenza per la loro non autosufficienza nei vari gradi in cui si può manifestare.
Questa è l’area di indagine del “forum” e a giudicare dalle presenze che ha avuto nella sua edizione di quest’anno, non è un’area da sottovalutare per importanza sociale ed economica.
Se è vero che welfare state– letteralmente “stato di benessere” - esiste quando lo Stato basa la sua politica sul principio di uguaglianza sociale e mette in atto con decisioni concrete una sostanziale riduzione delle disuguaglianze allora è giusta la posizione di Cristiano Gori[1]  Il quale nell’analizzare la situazione e valutando gli esiti del forum ha affermato che la via d’uscita esiste perché, in realtà, si tratta di rendere evidente che il settore della non autosufficienza riceve relativamente poco rispetto alla totalità della spesa pubblica. Dunque si tratta di mettere in discussione il puto di partenza e cioè che non è vero che il welfare sia troppo costoso e che non si possono mantenere i livelli attuali di servizio, i dati macro lo dimostrano. (Clicca la videointervista)

Un invito a scacciare il pessimismo è venuto da Marco Trabucchi[2] il quale afferma il principio della maggior efficacia nell’uso delle risorse. Se è vero che bisogna risparmiare allora quel che resta da spendere deve essere speso bene! Non si può non essere d’accordo, ma non dobbiamo abbassarela guardia e come lo stesso Trabucchi avverte “non è per questo che possiamo accettare situazioni inammissibili sul piano umano e civile”. Più che parlare dobbiamo “fare”, pensare a risparmi negli ospedali, a trasferire funzioni dall’ospedale al territorio e infine, salvaguardando la qualità della cura, fare specifica progettazione per una residenzialità a basso costo. (clicca la videointervista)


La ricercatrice dell’ISTAT Gabriella Sebastiani ha fatto notare che tutte le risorse del welfare sono spese per la vecchiaia e non sono indirizzate verso la povertà e l’esclusione sociale. Purtroppo il welfare locale sta collassando per riduzione di risorse o addirittura annullamento del fondo per la non autosufficienza. Ultimo richiamo importante la ricercatrice lo fa sulla differenza nord/sud. 280 euro pro capite in Trentino e 30 in Calabria per assistenza alla disabilità che da origine a una media nazionale di 110. Ancor più grave il fatto se si considera che la maggior parte di disabili risiede al sud.(Clik su videointervista)

Carla Colicelli[3]  (Vice direttore del CENSIS) afferma che siamo d fronte a una riduzione di risorse dopo anni in cui la spesa sanitaria è sistematicamente cresciuta. Sostiene però che non è solo crisi finanziaria ma è anche crisi di modello. Afferma che non c’è stata prevenzione per il sociale attraverso opportuni investimenti sulle famiglie e sulla formazione creando così gravi disagi difficili da sanare. Si è dato spazio a una concezione di welfare ripartivo, così si deve fare un ripensamento ma c’è una forte opposizione al cambiamento. Lem strade ci sono, bisogna evitare gli sprechi e quindi la strada principale è un miglior coordinamento tra tutte le risorse spontanee ed istituzionali. (Clik videointervista)


Da segnalare infine una posizione di Mario Marazziti[4], portavoce della comunità di Sant’Egidio il quale riporta il fatto che da anni nella sua istituzione si registra un aumento delle persone e famiglie in difficoltà. Tutto si scarica sulla famiglia, che è una risorsa grande che rischia però di rimanere unica e andare verso gravi conseguenze. (Clik videointervista)

Savoia Hotel - la splendida cornice del forum



[1] Cistiano Gori E' docente di politica sociale all’Università Cattolica e consulente scientifico dell’Istituto per la Ricerca Sociale, a Milano, e visiting senior fellow presso la London School of Economics a Londra. E’ editorialista de “IlSole-24Ore”.

[2] Marco Trabucchi - Professore Università di Roma - Tor Vergata, Direttore Scientifico del Grg Brescia

[3] Carla Collicelli E’ laureata in Filosofia presso l’Università La Sapienza di Roma. Dal 1980 lavora al Censis, e dal 1993 ne è Vice Direttore Generale. Si occupa in modo particolare di sviluppo sociale ed economico, welfare state e politiche di protezione sociale. Insegna Sociologia dell’organizzazione presso l’Università di Roma 3 e Sociologia della Salute all’Università La Sapienza.


[4] Mario Marazziti è membro della Comunitá di Sant’Egidio fin dalla sua fondazione, ne è oggi il portavoce ufficiale. Autore di diversi saggi sulla storia del giornalismo, la sfida della convivenza nel contesto urbano e la difesa dei diritti umani, è il coordinatore internazionale della Campagna della Comunità di Sant’Egidio per una Moratoria universale delle esecuzioni capitali e l’abolizione della pena di morte.

mercoledì 2 novembre 2011

Einstein: non solo scienza

LA CRISI SECONDO ALBERT EINSTEIN

"Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e disagi, inibisce il proprio talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi è l'incompetenza. Il più grande inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita ai propri problemi.
Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia.
Senza crisi non c'è merito. E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro e finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla."
Albert Einstein

Biografia essenziale
Albert Einstein nacque nel 1879 a Ulma nel Württemberg, in Germania; 100 km a est di Stoccarda.
Nel 1921 ottenne il Premio Nobel per la Fisica per il suo lavoro del 1905 sulla spiegazione dell'effetto fotoelettrico. In quegli anni Einstein cominciò a dedicarsi alla ricerca di teorie del campo unificate, argomento che lo appassionò fino alla fine, assieme ai tentativi di spiegazioni alternative dei fenomeni quantistici.
Si trasferì in America a causa delle persecuzioni antisemite che già imperversavano in Germania e in Europa.
Infatti quando Adolf Hitler salì al potere nel gennaio 1933, Einstein era professore ospite all'università di Princeton. Nel 1933 i Nazisti promulgarono "La Legge della Restaurazione del servizio Civile" a causa della quale tutti i professori universitari ebrei furono licenziati, e durante gli anni trenta fu condotta una campagna dai premi Nobel Philipp Lenard e Johannes Stark che etichettò i lavori di Einstein come "fisica ebraica", in contrasto con la "fisica tedesca" o "ariana". Einstein rinunciò alla cittadinanza tedesca e svizzera e restò negli USA fino alla morte. All'Institute for Advanced Studies a Princeton proseguì con le sue ricerche, studiando anche alcuni problemi cosmologici e le probabilità delle transizioni atomiche.
Diventò cittadino Americano nel 1940. Morì a Princeton nel 1955.


Aforismi di Albert Einstein 

" Cento volte al giorno ricordo a me stesso che la mia vita interiore e esteriore sono basate sulle fatiche di altri uomini, vivi e morti, e che io devo sforzarmi al massimo per dare nella stessa misura in cui ho ricevuto.
" Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L'altro è pensare che ogni cosa è un miracolo.
" E' l'arte suprema dell'insegnante, risvegliare la gioia della creatività e della conoscenza.
" La scienza è una cosa meravigliosa... per chi non deve guadagnarsi da vivere con essa.
" Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato.
" La fantasia è più importante del sapere.
" Un tavolo, una sedia, un cesto di frutta e un violino; di cos'altro necessita un uomo per essere felice?
" La scienza senza la religione è zoppa. La religione senza la scienza è cieca.
" Il segreto della creatività è saper nascondere le proprie fonti.
" Chiunque consideri la propria e l'altrui vita come priva di significato è non soltanto infelice ma appena degno di vivere.

La CRISI e i suoi effetti sul welfare

Gli effetti della crisi sul welfare rischiano di far arretrare e di molto il bene-essere degli anziani e disabili di tutta Italia.
I tagli alle Regioni e agli enti locali saranno fatali se a questo si uniscono provvedimenti sulle pensioni e incentivi alla crescita che si incentrano sui licenziamenti facili. Si andrà sempre più verso un impoverimento della base a cui, forse, non corrisponderà neanche un miglioramento  per i pochi ricchi e ricchissimi rimasti.
Non è una prospettiva facile da affrontare per diverse ragioni. Gli enti locali si troveranno nel dilemma se tagliare i servizi o aumentare le quote a carico dell’utenza. L’orientamento dipenderà dal contesto e dalla politica locale, ma presumibilmente ci saranno molte difficoltà ad ipotizzare un aumento di quota a carico dell’utenza considerato che le famiglie sono già sufficientemente tartassate.
Allora è giocoforza che ci sia un taglio sull’offerta e a tale scopo si potrà aprire un ventaglio di possibilità. Già perché questo taglio sull’offerta può essere fatto in modi diversi e con effetti disuguali, così vale la pena di rifletterci perché il modo in cui si taglierà può fare la differenza.
In primo luogo si può tagliare sul numero. Premesso che la domanda è crescente per numero e per intensità di problemi assistenziali, se l’Amministrazione pubblica mette a disposizione le stesse risorse di prima di fronte all’aumento della domanda primo di tutto si riduce il numero dei cittadini soddisfatti in rapporto al numero dei richiedenti. Offro le stesse soluzioni di prima allo stesso numero di richiedenti escludendone un certo numero. Anche qui si aprono alcune ipotesi circa i criteri di esclusione. Per età del soggetto richiedente, per priorità di domanda, per censo, per gravità della disabilità? Tutte possibili, tutte legittimabili, tutte eque, o no?
Ma l’assunto iniziale è già di per sé sbagliato probabilmente, perché siamo di fronte a una contrazione delle risorse, quindi non sarà possibile servire lo stesso numero di prima e di conseguenza la percentuale di cittadini insoddisfatti aumenterà. Non solo perché i richiedenti sono più di prima, ma perché l’importo di risorsa messo a disposizione è minore, quindi a parità di prestazioni dovrà non salire, ma discendere il numero dei cittadini soddisfatti.
È chiaro che c’è un’altra possibilità: ridurre il livello di qualità e mantenere il servizio allo stesso numero di soggetti richiedenti o addirittura aumentarli. Tanti più saranno utenti serviti tanto meno la qualità potrà essere garantita. Quella che possiamo definire la “curva isorisorsa” non ha un andamento univoco rispetto al numero e la qualità, ma è funzione di entrambe le variabili che hanno tra loro un rapporto inversamente proporzionale; così più sale il numero più diminuisce la qualità, mentre più sale la qualità più bisogna necessariamente diminuire il numero. È un bel dilemma.
Così è evidente che se lo Stato decide di continuare a servire e soddisfare lo stesso numero di utenti dovrà assestare la qualità su un determinato livello, più basso di prima perché le risorse sono minori.
Faccio un discorso solo in termini qualitativi e non offro valutazioni sulle concrete entità, ma non posso far di meglio senza analisi più approfondite che per ora non possiamo fare. In sostanza dunque non sappiamo il quanto ma siamo certi che le risorse disponibili sono meno e quindi lasciando invariati gli altri parametri la qualità deve necessariamente diminuire.
Ovviamente lasciando invariati gli altri parametri che sono diversi. Non c’è solo il numero, ma a nessuno sfugge che c’è anche la condizione fisica e la condizione sociale da considerare.
Entrambi questo elementi sono destinati a cambiare e  tali cambiamenti non portano nulla di buono. Infatti gli anziani accederanno ai servizi sempre più tardi con un complesso quadro pluripatologico e quindi costi assistenziali crescenti. Inoltre le condizioni di impoverimento della società nel suo complesso determinerà una situazione media di ulteriore difficoltà che non potrà che riflettersi sulla domanda di servizi.
Questo a ben guardare, paradossalmente torna utile allo Stato: la peggior condizione sociale in termini di occupazione e in generale di ricchezza disponibile farà diminuire la domanda. Non perché il bisogno non ci sia ma perché non ci sono risorse per soddisfarlo non solo da parte dello Stato ma anche dei cittadini, va da sé che ciò significa arretramento della qualità di vita della nostra società.
Che fare?
Le ricette sono poche e poco facili da realizzare. Richiedono nuova competenza, coraggio, fantasia, costanza, fiducia in sé stessi e nel contesto socio-economico e politico in cui si vive.
1 – combattere inefficienza e sprechi
2 – creare sana competitività tra i gestori
3 – eliminare le rendite di posizione dei gestori e dei fornitori di prodotti e servizi
4 – non inquadrare in modo improprio i bisogni e i servizi
5 – coprire la diminuzione di quantità del lavoro con la qualità dello stesso.
Queste cinque domande sostanzialmente sono riconducibili ad una sola risposta: il meglio che si può offrire dipende dall’ottimizzazione del sistema di programmazione e produzione cioè da un aumento di efficienza e di efficacia del sistema stesso.
Per aumentare questi parametri bisogna incidere sulle strutture attuali che richiedono da un lato una sostanziale deregolamentazione e dall’altro precise regole di accreditamento tali da rendere visibili le responsabilità.
Una deregolamentazione si potrebbe riferire ai piani di zona: non viene a nessuno il dubbio che così come sono stati fatti fin’ora servono a poco? Sulla loro base si finisce per contingentare un ventaglio di offerta precostituito che non è detto sia adatto ai bisogni reali esistenti nel territori. Un’ipotesi coraggiosa è cancellarli e utilizzare il risparmio di risorsa-lavoro per incrementare il fondo per la non autosufficienza. Pensiamoci e discutiamone.
Una deregolamentazione potrebbe essere fatta sugli standard abitativi che potrebbero essere considerati soddisfatti una volta che siano rispettati gli oneri per la sicurezza e sia garantita la privacy nei servizi igienici. Tradotto: non necessariamente un bagno per ogni stanza al massimo da due posti, ma anche un bagno per due stanze per tanti ospiti quanti quelle due stanze contengono. Certo che la qualità dell’abitazione cala, ma è meglio avere una stanza da tre col bagno in comune con un’altra piuttosto che essere esclusi dal servizio. Con queste premesse si può arrivare ad una segmentazione verticale del mercato? Può essere, ma ci deve scandalizzare? Ci scandalizza che una famiglia di 4 persone abbia una villa di 200 mq. e un’altra un appartamentino con due camere da letto e un solo bagno? Una sta meglio, vero, ma non è garantita la dignità umana dell’altra?
Ho aggiunto due provocazioni ad altri elementi che ho già evidenziato in un precedente articolo quali la necessità di riforma e la disattenzione della politica, l’eterogeneità dei fornitori di servizi che non appare come fatto positivo ma un elemento di disparità, l’accreditamento che ha portato non solo fatti positivi ma anche un po’ di confusione. E poi, il personale è pronto al cambiamento? E infine l’industria di supporto è pronta o preferisce crogiolarsi nelle sue rendite di posizione? Fino a quando si potrà ignorare il nuovo che avanza?

venerdì 21 ottobre 2011

Costi & Qualità - Il punto

Nelle varie manovre economiche che sono state fatte negli ultimi mesi si è verificato un fenomeno particolare: molti interventi, pur non riferendosi direttamente al settore sociale e mantenendo caratteri generali, incidono profondamente sul nostro sistema di welfare.
Questo effetto ce l’hanno, per esempio, i tagli sui trasferimenti agli enti locali e ciò è grave perché, a ben guardare, è proprio il Comune che offre ai cittadini le più importanti azioni di sostegno del welfare mediante erogazione di servizi. Una riduzione della finanza derivata dei comuni non può che provocare una situazione progressivamente devastante nel dilemma tra eliminare i servizi o aumentare la tassazione locale o entrambe le cose. I tiket sanitari poi e altri provvedimenti colpiscono in modo diretto i cittadini che più hanno bisogno e Il risultato, alla fine, non è altro che un impoverimento delle famiglie che pagheranno più tasse e avranno meno servizi. Forse si pensa che in periferia ci sia confusione e sprechi ma non credo che sia così o comunque se c’è confusione e spreco, non ce n’è più che nell’Amministrazione dello Stato!
Così si può dire che la crisi internazionale e i provvedimenti adottati per arginarne gli effetti rimandano indietro il livello del welfare state, in modo graduale e a volte appena percepibile ma continuo e inesorabile. Per un verso viene spontaneo di criticare il Governo, ma non possiamo non ammettere che nel contesto generale di crisi tutti gli ambiti della vita sociale finiranno nel mirino prima o poi. Se ci sono meno soldi in tasca non si può continuare a spendere come prima: è logico! Il Governo può senza dubbio essere criticato, in particolare per dare uno stimolo riformatore, perché non è giusto incidere sulla qualità di vita della gente e soprattutto delle classi più deboli attraverso azioni che non si dichiarano apertamente riferite al welfare ma ne modificano la natura socio-economica senza incidere sulle sue caratteristiche strutturali. Qui si tratta di riformare il sistema di welfare immaginato dalla legge 328/2000, non di fare tagli finanziari indiscriminati che rendono il dettato della legge una mera speranza per un futuro incerto.
È chiaro, la riforma deve avvenire in base alla nuova realtà socio-economica e anche tenendo conto delle normative regionali sull’accreditamento che hanno portato complessivamente una profonda innovazione o, a volte, confusione altrettanto profonda. I compiti dell’Amministrazione pubblica sono chiari e definiti? Sono coerenti con la logica del contenimento e della salvaguardia dei diritti? Si ha la sensazione che nessuno oggi nella politica che conta abbia voglia di impegnarsi su questi temi in modo esplicito e questo è uno dei nodi da sciogliere. Abbiamo bisogno di riformare il welfare e dobbiamo farlo in modo esplicito e col contributo di tutte le forze che a vario titolo concorrono alla sua gestione.
Per parte nostra ci proponiamo di lanciare alcuni temi per la discussione e quindi contribuire alla ripresa di un dibattito. Riteniamo che si debba stringere un nuovo patto di collaborazione tra gli amministratori pubblici, i dirigenti e gli operatori nonché i responsabili del terzo settore e quindi lanciamo un invito con forza. Occorre partecipare per non essere sopraffatti: il nostro settore naviga in acque ancora più difficili di altri per diverse ragioni. Prima di tutto c’è una evidente eterogeneità di operatori e altri attori. L’eterogeneità potrebbe anche essere un elemento positivo perché ad ognuno corrisponde qualche elemento di forza peculiare, ma occorre mettere in rete le forze altrimenti l’essere diversi non serve a nulla se non a dividere.
Mettere in rete i servizi e liberalizzare gli accreditamenti. Combattere le rendite di posizione in cui si annidano sprechi e inefficienze. Non sono dichiarazioni vuote, basta analizzare i diversi contenuti in termini di costi e qualità dei vari servizi e dei vari gestori per comprendere come sia vaga e improponibile l’idea che si possano definire degli standard generali di costi e qualità.
Standard che possano essere ugualmente validi per le diverse regioni o per le diverse tipologie di gestore.
Mettere in rete anche “i saperi” perché tutti possono imparare qualcosa dagli altri. Si è combattuta l’autoreferenzialità delle singole strutture e siamo arrivati ad un fenomeno ugualmente distorto a livello di Regioni. Ogni Regione pensa di aver trovato la ricetta e troppo spesso si richiude su di essa senza rendersi conto che un simile atteggiamento di chiusura non favorisce evoluzioni possibili.
E per chiudere un paio di domande:
il personale è pronto ad affrontare un cambiamento importante? La dirigenza è consapevole della complessità ed è in grado di guidare un’evoluzione non facile, visto che si tratta di combattere contro una riduzione di risorse?
Le industrie che danno prodotti e servizi alle strutture operative di assistenza possono essere coinvolte nel processo di cambiamento? Hanno di sicuro interesse a mantenere in vita il settore e possibilmente svilupparlo, quindi in che modo possono essere coinvolte attivamente?
Prossimamente si cercherà qualche approfondimento rispetto a queste due domande così da preparare il terreno al dibattito che si prospetta forte e costruttivo del talk show organizzato da Maggioli al forum sulla non autosufficienza (10 novembre – Bologna Savoia Hotel) proprio sul tema costi e qualità. 
Crediamo sia importante partecipare a questo Talk Show. Quanto meno è ora di parlare chiaramente di ciò che non va. Qui siamo messi male e lo dobbiamo dire!!

Visita il sito del forum e leggi  il programma del Talk Show

Guarda su youtube questo video di Vasco Rossi   
.... io non ho voglia  più di fare finta che, che vada tutto bene solo perché c'è!
Guardami, io sono qui, e te lo voglio urlare: io sto male!!